Introduzione
Il libro “La salute delle donne. Il paradosso del genere tra biologia e cultura”, scritto da Rita Biancheri, sociologa della salute di genere, e pubblicato per Edizioni ETS nel 2025, fornisce un quadro sociologico documentato, ricco e definito sui fattori che incidono sulle disuguaglianze di genere nella salute.
Il registro è denso, a tratti saggistico più che divulgativo, e richiede una certa familiarità con il lessico della sociologia della salute. Ma è proprio questa scelta multidisciplinare a rendere il volume una lettura utile per chi si occupa di equità nella salute: non un manuale di medicina di genere, ma una mappa delle ragioni culturali e strutturali per cui la medicina di genere fatica ancora a diventare pratica quotidiana.
L’autrice avverte fin dalle prime pagine che il libro è una chiave interpretativa transdisciplinare utile a comprendere perché la salute delle donne resti attraversata da un paradosso irrisolto. Le donne vivono più a lungo degli uomini, ma percepiscono peggio il proprio stato di salute, si ammalano di più, consumano più farmaci, si sottopongono a più visite e trascorrono meno anni in autonomia fisica.
Rita Biancheri, prova a spiegare questo fenomeno, il frailty-longevity paradox, non solo con i dati clinici, ma incrociando epidemiologia, sociologia di genere, diritto e politiche di welfare.
Cambio di paradigma
Il filo conduttore del volume è la nozione di ingiustizia epistemica: la scienza medica si è costruita per lungo tempo su un neutro maschile che ha reso invisibili le specificità femminili, relegando la donna al ruolo di “secondo sesso” anche nella produzione della conoscenza scientifica.
Da qui la proposta di un cambio di paradigma: passare da un concetto di salute come semplice assenza di malattia a un’idea di ben-essere biopsicosociale, che indaghi le cause e non si limiti a intervenire sugli effetti. Un richiamo esplicito alla Carta di Ottawa del 1986 e all’idea che la salute dipenda anche dal grado di controllo che ciascuno riesce a esercitare sulla propria vita.
A questo si lega il concetto di Status Syndrome, coniato da Michael Marmot, richiamato più volte nel testo: la percezione di trovarsi in una relazione iniqua, di non avere controllo sulle proprie scelte, sul proprio tempo, sulla propria partecipazione sociale, genera essa stessa sofferenza e peggiora la percezione del proprio stato di salute, a prescindere dai parametri clinici oggettivi.
È una chiave che aiuta a rileggere il frailty-longevity paradox, chiarendo i motivi per cui è necessario per le donne analizzare le condizioni esistenziali al di là dei parametri oggettivi.
Prima ancora dei dati, Biancheri si sofferma su un livello che spesso resta sullo sfondo: il linguaggio. Citando Chiara Cettolin (2020), mostra come le parole declinate al maschile orientino la nostra percezione della realtà: “se parlo al maschile, le vedi le donne?”. Parimenti, il lessico medico stesso, caratterizzato da un implicito androcentrico, rende meno visibili sintomi e bisogni femminili. Un passaggio breve ma efficace, da cui deriva l’importanza di declinare i generi e i diversi orientamenti sessuali nelle pratiche discorsive.
Il prezzo nascosto della cura: donne, lavoro e gender data gap
Uno dei temi più rappresentativi per chi ci legge, i professionisti della promozione della salute, riguarda i determinanti sociali. L’ultimo Rapporto sulla salute delle donne (2025) richiama le lacune ancora presenti nelle risposte alle cure, confermando il divario:
Un terzo delle donne italiane vive un terzo della propria vita in condizioni di salute compromessa, contro un quarto degli uomini. Questa forbice si registra principalmente durante gli anni lavorativi, spesso sommati al lavoro di cura, ancora quasi interamente a carico delle donne.
Biancheri lo definisce un vero e proprio “…Principale fattore produttore di diseguaglianze“, capace di condizionare non solo le traiettorie lavorative, ma anche la percezione del dolore e la qualità delle diagnosi.
È la “doppia presenza” descritta da Laura Balbo, la somma di ore di lavoro retribuito e di cura familiare, a spiegare buona parte del divario.
L’autrice insiste su un punto centrale per chi lavora in promozione della salute:
Senza un welfare socio-sanitario realmente integrato con congedi di paternità obbligatori, servizi per la genitorialità, redistribuzione dei carichi nella coppia, misure di conciliazione vita-lavoro, la prevenzione resta solo un enunciato.
Ne deriva inequivocabilmente che il contesto di vita incide sul diritto alla salute e, quindi, misure efficaci in campo politico devono tener conto di questo scenario per una accezione allargata della prospettiva di genere alle quattro P della medicina: Predittiva, Preventiva, Personalizzata e Partecipativa.
Il libro dedica ampio spazio anche al gender data gap: ancora oggi risultano lacunose le statistiche disaggregate per sesso, producendo una conoscenza parziale, e con essa politiche cieche. Biancheri richiama qui il valore “politico” degli indicatori, dal Rapporto Bes al lavoro dell’EIGE come strumenti per orientare l’allocazione delle risorse, non solo per fotografare la realtà: usare i dati significa avere uno strumento di giustizia sociale.
Sulla stessa linea si colloca la riflessione di Donata Columbro, che in una recente intervista a Dors richiama il valore politico dell’assenza di dati: in Italia il quadro dei sistemi informativi sui femminicidi resta frammentato, e questa lacuna informativa è essa stessa un segnale delle priorità — o delle non priorità — istituzionali.
Anche i Piani Nazionali di Prevenzione dagli ultimi sei anni hanno definito l’importanza di perseguire un approccio attento al genere; Alessandra Caré e Elena Ortona sottolineano però che, sebbene siano state sviluppate e implementate una serie di politiche di salute pubblica orientate al genere, la ricerca sull’impatto e sull’efficienza di queste politiche e sul controllo e gestione dei fattori di rischio è scarsa e manca una discussione critica sulla metodologia degli interventi che considerano il genere.
Il quarto capitolo è dedicato agli effetti della pandemia, letta come “…Recessione femminile”: il crollo dell’occupazione delle donne, l’aggravarsi dei carichi di cura e, soprattutto, l’impennata della violenza domestica durante il lockdown – la shadow pandemic – denunciata da UN Women con conseguenze sanitarie dirette e indirette, spesso sottovalutate dai servizi.
Interessante anche il passaggio dedicato alle medical humanities e alla medicina narrativa: Biancheri richiama Arthur Kleinman, per cui la medicina è essa stessa un sistema culturale, un insieme di significati simbolici che modellano tanto la realtà clinica quanto l’esperienza di chi è malato. In questo contesto le medical humanities diventano risorse importanti per la co-costruzione di relazioni di cura e di partecipazione attiva del paziente.
La medicina di genere in Italia: una strada in salita
L’ultimo capitolo ricostruisce con precisione l’iter, lungo e accidentato, della legge sulla medicina di genere in Italia: dall’avanguardistica legge toscana n.16/2009 al d.d.l. Lorenzin del 2018, fino all’istituzione del Centro di Riferimento per la Medicina di Genere dell’Istituto Superiore di Sanità.
Qui il libro si fa più tecnico, ma resta utile per chi lavora nei servizi di promozione della salute: emerge con chiarezza il nodo delle risorse, spesso “fortemente inadeguate o assenti”, e la scommessa, ancora aperta, delle Case della Comunità come luogo di integrazione tra sociale e sanitario, come riporta l’autrice, citando Ciro Costa (2023), “il contesto dove più il binomio cultura e salute potrebbe fecondare l’innovazione con le sue intuizioni, i suoi strumenti e le sue buone pratiche”, in linea con l’accezione allargata della prospettiva di genere alle quattro P della medicina indicate nel libro. E conclude:
Ma a buone dichiarazioni di principio seguiranno come al solito modesta implementazione e risultati ancor più poveri? È possibile evitare questa apparentemente inesorabile deriva delle innovazioni in Italia?”
Biografia
Rita Biancheri è stata docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso il Dipartimento di Patologia chirurgica, medica, molecolare e dell’area critica dell’Università di Pisa e attualmente, oltre all’ insegnamento curriculare di Sociologia della salute, tiene un corso ADE presso la Scuola di Medicina su Genere e salute . E’ stata presidente del Comitato pari opportunità del suo Ateneo e ha fondato nel 2007 la rete degli Organismi di Parità delle Università Italiane (Counipar).
Per approfondire
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