C’è un’idea di fondo, semplice e insieme rivoluzionaria, dietro l’ultimo libro di Marco Geddes da Filicaia: le parole non sono un rivestimento neutro delle azioni e degli interventi ma un luogo dove è possibile orientare le scelte di politica sanitaria e sociale. La salute? È una parola. Strumenti e divagazioni per capire la crisi del welfare trasforma questa idea in un metodo di lavoro sorprendentemente concreto: un’indagine etimologica e semantica su circa sessanta lemmi che popolano il dibattito sulla sanità contemporanea.
L’autore, medico epidemiologo con una lunga carriera nella sanità pubblica, analizza termini quali “caso” e “causa”, “efficacia” ed efficienza”, “sostenibilità”, “inappropriatezza”, fino ad anglicismi ormai naturalizzati come “budget”, o a coppie cariche di implicazioni etiche e valoriali come “cliente, paziente, persona”. Ci sono anche voci apparentemente tecniche ma in realtà politicamente connotate — “lista d’attesa”, “fragilità”, “vulnerabilità”, “privacy”, “centralità del paziente” — ciascuna trattata come una piccola voce di dizionario che si apre in una digressione storica, letteraria e critica.
Ogni parola diventa così una lente per raccontare come sono cambiati, insieme al linguaggio, i modelli di cura, il rapporto tra Servizi e cittadini, la comunicazione tra operatori della sanità e pazienti, l’idea stessa di diritto alla salute.
A chi si rivolge
Il libro non è pensato per un solo tipo di lettore, e questo è probabilmente uno dei suoi punti di forza. Si rivolge in primo luogo a chi lavora dentro o attorno al sistema sanitario e sociale — professionisti sanitari, operatori della sanità pubblica, amministratori, chi si occupa di comunicazione istituzionale — cioè a chi quelle parole le scrive, le pronuncia in una riunione, le mette in un documento di programmazione, quale ad esempio il Piano Nazionale (e Regionale) di Prevenzione. Ma si rivolge altrettanto a chi si occupa di formazione, di ricerca sociale o di giornalismo scientifico, e in generale a qualsiasi lettore con un interesse civile per il destino del welfare, anche senza conoscenze specialistiche. Il tono da “divagazione”, dichiarato a partire dal sottotitolo, rende la lettura accessibile, piacevole e interessante.
È, in un certo senso, un libro per chi sospetta che dietro l’uso disinvolto di certi termini — “cliente” al posto di “paziente”, “prodotto” al posto di “prestazione”, “budget” al posto di “risorse per la cura” — si nasconda uno slittamento culturale più ampio, e vuole avere gli strumenti per riconoscerlo e nominarlo.
Perché è un libro utile in questo momento
Il libro esce in un momento in cui il Servizio Sanitario Nazionale attraversa una crisi che è insieme di risorse, di personale e di fiducia, e in cui il linguaggio con cui si discute di sanità si è progressivamente riempito di termini importati da altri ambiti — quello aziendale, quello finanziario, quello del mercato — spesso senza una riflessione altrettanto esplicita sulle conseguenze di quell’importazione. Parlare di “clienti” invece che di “pazienti”, di “prodotti” invece che di “prestazioni”, di “budget” invece che di risorse destinate alla cura e alla prevenzione non è solo una questione di stile: cambia silenziosamente le aspettative, le priorità, persino i criteri con cui si giudica cosa funziona e cosa no in un sistema sanitario.
Per chi si occupa di promozione della salute il libro assume un’importanza particolare. Le parole che scegliamo — nei documenti, nelle campagne, nei materiali informativi, nel modo in cui ci rivolgiamo ai cittadini — non sono mai davvero neutre. Usarle con leggerezza rischia di naturalizzare visioni della salute e del welfare che meriterebbero invece una discussione esplicita, prima ancora che una condivisione tacita. In questo senso il libro funziona come uno strumento di consapevolezza linguistica da consultare voce per voce. Un piccolo dizionario ragionato del welfare in crisi al quale tornare quando ci si accorge di aver usato — o di stare per usare — una parola senza averla davvero pe(n)sata.
Il registro da “divagazione” resta però anche un limite dichiarato: il libro apre molti spunti di riflessione ma non offre sempre una tesi conclusiva su come uscire dalla crisi che descrive con tanta precisione.
Non è un manuale di proposte, è un esercizio di “igiene” linguistica applicato a un settore — quello della sanità e della cura — in cui le parole sbagliate, prima o poi, producono anche scelte sbagliate. Ed è proprio per questo che resta un contributo prezioso per chi, per lavoro o per convinzione, deve scegliere ogni giorno come nominare la salute, il rischio, la cura — sapendo quanto quella scelta abbia delle conseguenze sulla vita delle persone a cui si rivolge.
Marco Geddes da Filicaia, La salute? È una parola. Strumenti e divagazioni per capire la crisi del welfare, Il Pensiero Scientifico Editore, Roma, 2026
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