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Piccole e pericolose: le nanoplastiche

Da tempo è noto e desta preoccupazione l’inquinamento dovuto alla plastica. Il fenomeno più vistoso è, probabilmente, quello delle isole di plastica o plastic vortex: enormi agglomerati di rifiuti che si concentrano in particolari zone degli oceani a causa di correnti convergenti. Ancora più preoccupante sapere che ciò che vediamo è solo una parte del problema: circa il 70% della plastica non galleggia e si accumula sul fondo degli oceani.

Purtroppo non possiamo contare su un effetto di decomposizione biologica di questi materiali (si parla dell’ordine di centinaia di anni). È invece caratterizzato da tempi più brevi il processo di frammentazione legato all’irraggiamento solare, agli agenti atmosferici e a fenomeni di erosione meccanica. Si creano così frammenti sempre più piccoli.

In un nostro precedente articolo abbiamo parlato delle microplastiche e del loro impatto su ambiente e salute. Entriamo ora in un argomento più specifico e ancora in parte sconosciuto: le nanoplastiche, ovvero particelle in cui nessuna delle 3 dimensioni supera 1 micrometro di lunghezza (un millesimo di millimetro).

Risultano quindi invisibili, difficili da contare e da caratterizzare ma soprattutto impossibili da rimuovere completamente con i normali metodi di depurazione delle acque.

Finora la ricerca si è concentrata sulle microplastiche, pertanto il reale impatto delle nanoplastiche sull’ecosistema e sulla salute umana non è ancora chiaro. Nuove tecniche e metodologie sono attualmente in fase di sviluppo per rilevare, identificare e analizzare questi piccoli frammenti.

Nanoplastiche primarie e secondarie

Così come le microplastiche, anche le nanoplastiche possono essere distinte in primarie (intenzionalmente inserite in prodotti come cosmetici, farmaci, pesticidi) e secondarie (derivate da usura di pneumatici, lavaggio di fibre tessili, equipaggiamenti per la pesca, coperture plastiche utilizzate in agricoltura, …). Queste ultime rappresentano probabilmente la maggior fonte di nanoplastiche che inquinano l’ambiente.

La preoccupazione nasce dal timore che queste particelle, proprio per le loro piccole dimensioni, possano essere particolarmente efficienti nell’attraversare le membrane biologiche favorendo il trasporto di sostanze pericolose. A causa del loro elevato rapporto superficie-volume sono infatti in grado di adsorbire quantità significative di altri inquinanti (ad esempio metalli pesanti, pesticidi, prodotti farmaceutici, sostanze chimiche che alterano il sistema endocrino, microrganismi) aumentandone così la potenziale mobilità e la capacità di attraversare le membrane cellulari (effetto “cavallo di Troia”).

Tossicità sugli esseri viventi

Allo stato attuale non abbiamo una comprensione approfondita dell’effetto delle nanoplastiche sull’uomo e sugli altri organismi viventi. La tossicità sembra dipendere da un’ampia gamma di variabili: il tipo di polimero, la presenza di additivi, la dimensione, la forma, la carica superficiale della plastica e, ovviamente, la dose.

In generale il rischio aumenta al decrescere della dimensione delle nanoplastiche a causa della maggiore biodisponibilità e della maggiore facilità di passaggio attraverso le membrane biologiche.

La presenza di nanoplastiche nei sistemi biologici sembra in grado di produrre numerosi effetti tossici: danno alle membrane cellulari e nucleari, stress ossidativo, risposta immunitaria e infiammatoria, danno ai processi di replicazione e riparazione del DNA (genotossicità) e citotossicità (distruzione cellulare).

Cosa si può fare?

La normativa può regolamentare la produzione di nanoplastiche primarie riducendone l’utilizzo intenzionale nei prodotti. Per ciò che riguarda le nanoplastiche secondarie si può limitare la produzione di oggetti in plastica (soprattutto monouso), ridurre la dispersione nell’ambiente, aumentare il tasso di riciclo, sviluppare tecnologie per recuperare i rifiuti dispersi nei corpi idrici, favorire l’uso di plastiche biodegradabili (es. Direttiva Europea 2015/720 sulla riduzione della produzione di sacchetti in plastica).

L’Europa si è dotata di una Plastics strategy che mira a trasformare il modo in cui i prodotti di plastica sono progettati, prodotti, utilizzati e riciclati nell’UE.

Per approfondire

Le microplastiche a cura di Umberto Falcone – DoRS

European Commission, Directorate-General for Environment, Nanoplastics – State of knowledge and environmental and human health impacts, Publications Office of the European Union, 2023, https://data.europa.eu/doi/10.2779/632649

Directive (EU) 2015/720 of the European Parliament and of the Council of 29 April 2015 amending Directive 94/62/EC as regards reducing the consumption of lightweight plastic carrier bags

Plastics strategy dell’UE

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