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Le microplastiche

Introduzione

Le materie plastiche semplificano la nostra vita in vari modi, risultando spesso più leggere o meno costose rispetto ai materiali alternativi. Tuttavia, se non sono smaltite o riciclate correttamente, possono finire nell’ambiente, dove rimangono per secoli e si degradano in pezzi sempre più piccoli. Questi piccoli frammenti (solitamente più piccoli di 5 mm) sono chiamati microplastiche e destano preoccupazione.

Il rapporto Dalla sorgente al mare — La storia mai raccontata dei rifiuti marini dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (AEA) spiega da dove provengono i rifiuti marini, come vengono trasportati dai fiumi e l’entità dell’inquinamento da plastica, in modo che i decisori possano capire meglio come affrontare e risolvere il problema.

Circa 1 milione di bottiglie di plastica vengono acquistate ogni minuto in tutto il mondo e ogni anno vengono utilizzati fino a 5 trilioni di sacchetti di plastica. Parte di questi rifiuti inquina i nostri mari.

La situazione in Europa e in Italia

In Europa, la domanda di plastica continua ad aumentare e vengono generati sempre più rifiuti di plastica. La produzione di rifiuti di plastica sta crescendo più velocemente della crescita economica e determina una grande pressione sulle coste e sui mari europei. L’Unione europea non è attualmente sulla buona strada per raggiungere i suoi obiettivi politici di ridurre significativamente i rifiuti. Il passaggio a un’economia circolare (un modello di produzione e consumo che implica condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali e dei prodotti) richiede una riduzione massiccia di produzione di plastica e di imballaggi.

Tra il 2011 e il 2020 i rifiuti di plastica generati nei 27 Stati membri dell’UE per persona sono aumentati del 22%, così come è aumentata la quantità di rifiuti di plastica mal gestiti. La maggior parte degli oggetti di plastica sono riciclati, inceneriti o immagazzinati in impianti per la gestione dei rifiuti, ma una parte finisce ancora nei mari e rappresenta la fonte primaria dei rifiuti marini.

I rifiuti non gestiti correttamente vengono trasportati sulle nostre coste attraverso i fiumi europei. Il risultato è che il 75% delle aree marine monitorate risultano inquinate. Questo è un problema enorme a causa dell’impatto della plastica sulla vita marina e sulla salute umana attraverso la catena alimentare.

Bottiglie e tappi sono gli oggetti più comunemente rinvenuti sulle spiagge. A livello europeo ogni anno si utilizzano 46 miliardi di bottiglie monouso.

In Italia nel 2018 si registra una produzione di quasi 3 milioni di tonnellate di rifiuti in plastica (48,5 Kg pro capite), in aumento rispetto al 2012 (44,1 Kg pro capite).

C’è plastica e (micro)plastica

Le microplastiche sono dei piccoli pezzi di materiale plastico, solitamente inferiori ai 5 millimetri. In alcuni casi si tratta di particelle invisibili ad occhio nudo, caratteristica che, unita alla loro estrema leggerezza, le rende in grado di diffondersi efficacemente nell’ambiente.

In base alla loro origine, possono essere suddivise in due categorie principali: microplastiche primarie, rilasciate direttamente nell’ambiente sotto forma di piccole particelle (il 15-31% delle microplastiche presenti nell’oceano, derivano principalmente dal lavaggio di capi sintetici, dall’abrasione degli pneumatici durante la guida, da microplastiche aggiunte intenzionalmente nei prodotti per la cura del corpo) e microplastiche secondarie, prodotte dalla degradazione degli oggetti di plastica più grandi come sacchetti, bottiglie o reti da pesca (rappresentano circa il 68-81% delle microplastiche presenti nell’oceano).

Una volta nell’ambiente, le microplastiche non si decompongono. Si accumulano negli animali, compresi pesci e crostacei e, di conseguenza, vengono anche ingerite dagli esseri umani tramite bevande e alimenti. Sono state campionate microplastiche in quasi tutti gli ecosistemi, nei suoli agricoli, nelle acque superficiali e, soprattutto, in mari e oceani. Le particelle più leggere tendono ad accumularsi sulla superficie del mare, ma quantità maggiori si accumulano sui fondali.

Effetti sulla salute

Uno studio del 2019 realizzato da un’università canadese ha stimato che ogni anno un cittadino americano ingerisce tra le 39.000 e le 52.000 particelle di microplastica attraverso il consumo di alimenti e di bevande. La fonte più importante sembra essere l’acqua minerale imbottigliata (microplastiche 22 volte più concentrate rispetto all’acqua del rubinetto).

Gli effetti sulla salute sono ancora da chiarire. Spesso la plastica contiene degli additivi, come agenti stabilizzatori o ignifughi, e può fungere da veicolo di contaminanti ambientali e altri prodotti chimici (stirene, metalli, ftalati, bifenili policlorurati, IPA,…) che possono risultare dannosi per gli animali e per gli uomini che li ingeriscono. Molti studi hanno riportato neurotossicità, stress ossidativo e immunotossicità tra le principali conseguenze dell’esposizione a microplastiche.

Le conoscenze attuali, per quanto parziali, impongono di applicare il principio di precauzione e di iniziare a eliminare definitivamente la plastica a partire dai prodotti monouso.

La strategia dell’Unione Europea

L’UE intende ridurre le quantità dei rifiuti di plastica aumentando i tassi di riciclo e vietando l’uso di certi prodotti in plastica monouso o contenenti microplastiche. Il report dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (AEA) propone dieci raccomandazioni che si inseriscono in un’ampia e ambiziosa azione intrapresa dall’Unione europea:

Il divieto stringente alla produzione di microplastiche, la sostituzione con prodotti alternativi veramente biodegradabili, la messa a punto di tecnologie che prevengano la produzione secondaria e la dispersione delle microplastiche sono gli unici strumenti che abbiamo a disposizione per invertire la tendenza di un fenomeno che, comunque, avrà un impatto sull’ambiente e sulla nostra salute ancora per molto tempo.

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