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La solitudine e i suoi effetti sulla salute e il benessere: come intervenire?

CONTESTO

La solitudine rappresenta un potente ostacolo al benessere. I primi studi, tra la fine degli anni ’40 e gli inizi degli anni ’50, lo definivano un forte elemento di stress, comune e “imponderabile”, soprattutto per le persone anziane, al pari delle classiche malattie fisiche correlate all’invecchiamento. Le ricerche successive hanno poi sfatato questo stereotipo, dimostrando che la solitudine è un fattore che compromette il benessere delle persone lungo tutto il corso della vita adulta, a prescindere dall’età.

Tra i gruppi di popolazione maggiormente a rischio di situazione di solitudine, oltre agli anziani: giovani di età compresa tra 16 – 24 anni, donne, persone single o vedovi/e, persone con disturbi mentali, persone con scarsa “fiducia sociale “(il mezzo indicato per contrastare la fobia sociale), persone con scarse relazioni col vicinato; ci sono studi che individuano anche altre categorie quali ad esempio persone con un basso titolo di studi e persone che vivono in affitto.

La solitudine è stata associata a una serie di esiti negativi per la salute, quali mortalità, morbilità, comportamenti di salute errati e utilizzo “eccessivo” dei servizi; gli studi hanno evidenziato una correlazione con una probabilità aumentata di sviluppare asma, emicrania, osteo-artrite, artride reumatoide, ipertensione, tinnito (Christiansen, 2021)  , disturbi mentali (Matthews et al., 2021) , e di riferire una scadente qualità di vita percepita a causa di una maggiore frequenza di episodi di mal di stomaco, mal di testa, mal di schiena, disturbi del sonno, sensazione di stanchezza da parte di ragazzi/e 11 – 15enni (Qualter, Hennessey, et al., 2021)

Per tali motivi iI contrasto della solitudine rappresentano un ambito di intervento di sanità pubblica importante, e la promozione della connessione sociale è uno degli strumenti maggiormente utilizzato. Nel tempo sono stati infatti sviluppati vari interventi, rivolti soprattutto alla popolazione adulta, alcuni dei quali sono stati oggetto di valutazione di qualità e di efficacia.

Gli interventi hanno avuto un recente ampliamento di destinatari (età evolutiva), setting (programmi school-based e di comunità) e tipologie (supporto sociale di gruppo, reti sociali, interventi digitali). Gli interventi con obiettivo primario la riduzione della solitudine risultano efficaci nonostante l’ampia variabilità tra tipologia ed età dei destinatari, soprattutto interventi che combinano da 1 a 3 strategie e si svolgono nel contesto comunitario, che aumentano il range di persone raggiunte (Christiansen et al., 2021).

Tra gli ambiti di ricerca ancora poco esplorati vi è la solitudine transitoria (o passeggera) e l’analisi di come e perché essa possa diventare cronica: uno studio con un campione rappresentativo ha esplorato le conseguenze della solitudine transitoria in età adolescenziale, confrontata con la solitudine cronica, rilevando che la solitudine sperimentata durante l’adolescenza può avere implicazioni durature in termini di esiti di “cattiva” salute negli anni successivi (Matthews, et al., 2021).

LA VALUTAZIONE DEGLI INTERVENTI: LA REVISIONE DEL 2018

Un importante lavoro di analisi è rappresentato dalla ampia revisione sistematica pubblicata sul portale dei servizi del governo inglese nell’ottobre 2018 sotto forma di Report.

La revisione è stata promossa dal Department for Culture, Media and Sport (DCMS) della Gran Bretagna, e realizzata da WWCW – What Works Centre for Wellbeing – un organismo indipendente inglese che si occupa di ricerca di evidenze su salute e benessere – insieme ad alcune università inglesi e una università finlandese: gli studi analizzati focalizzavano in particolare gli interventi mirati al contrasto della solitudine della popolazione anziana nei setting comunità e case di riposo

I dati della revisione inglese  di studi pubblicati e non pubblicati (la cosiddetta “letteratura grigia”) del 2018 – circa una trentina realizzati nei 10 anni precedenti – provenivano da vari Paesi EU ed extra EU (Giappone, Nuova Zelanda, Taiwan, Stati Uniti) oltre che dal Regno Unito.

Gli studi di valutazione riguardavano soprattutto gli effetti sulla popolazione anziana, pochi riguardavano altri gruppi vulnerabili quali ad esempio le persone LGBTQ+ e persone adulte in situazioni di svantaggio sociale, e nessuno studio considerava i giovani.

Solitudine e isolamento sociale erano spesso usati come sinonimi.

Gli interventi – rivolti in maggioranza alla fascia di popolazione adulta over 55 – erano di vario tipo: terapie assistite con gli animali, interventi erogati attraverso supporti tecnologici, giardinaggio, circoli di lettura, attività fisica, prescrizione sociale (Social Prescribing), terapia della reminiscenza o dei ricordi (Reminiscence Therapy), costruzione/rinforzo del capitale sociale (Befrieding), design/adattamento dei servizi, gruppi di supporto psicologico, condivisione di alloggio (Homesharing), pasti condivisi, attività sociali, attività artistiche e musicali, ecc; svolti all’interno del contesto comunitario e in strutture residenziali (case di riposo, gruppi appartamento, ecc).

Raramente negli studi analizzati la solitudine veniva considerata come obiettivo principale degli interventi: gli eventuali effetti degli interventi su di essa derivavano indirettamente dall’impatto su concetti correlati come l’isolamento sociale, il supporto sociale, le reti sociali, ed esiti di salute quali ansia e depressione.

I risultati della revisione evidenziano l’efficacia della combinazione di più tipologie di interventi per gli anziani residenti in case di riposo o altra tipologia di sistemazione (ad esempio alloggio condiviso). Tra le metodologie “combinate”: l’utilizzo di “tecnologie di assistenza” (ad esempio un cane robot), le terapie assistite con gli animali, il giardinaggio indoor, gli interventi digitali, ecc.

Analogamente, gli “interventi combinati” (definibili anche come “interventi misti”) volti a mitigare la solitudine e rivolti alla popolazione anziana nel setting comunità, sono quelli maggiormente efficaci, pur se con un livello “moderato”: le azioni più frequentemente citate sono una combinazione di attività di gruppo (esercizio fisico, gruppi di discussione, circoli di lettura, interventi dei servizi sociali) e percorsi individuali (ad esempio counseling).
Viene citato come esempio il programma Ageing Well Torbay , con capofila l’Università di Plymouth, svoltosi dal 2015 al 2020, che promuove il ruolo delle attività di vicinato per le persone anziane e ne valuta l’impatto sulla riduzione della solitudine, identificando come fattori principali di successo la partecipazione ad attività nel contesto comunitario e l’appartenenza a gruppi sociali.

La revisione del 2018 si concludeva con una riflessione sulla limitatezza delle evidenze, dovuta anche alla scarsa chiarezza inerente alla definizione del concetto di solitudine, e con la raccomandazione alla comunità scientifica e ai governi a realizzare ricerche su larga scala e con disegni rigorosi per trarre conclusioni solide sugli approcci più efficaci, specificando per quali target e quali setting, e per quanto tempo.

LA STRATEGIA DI CONTRASTO DELLA SOLITUDINE

Sulla base della già citata revisione inglese degli studi sulla solitudine del 2018, il Dipartimento della Cultura, dei Media e dello Sport della Gran Bretagna ha prodotto e pubblicato nello stesso anno un Policy Paper dal titolo “Una società connessa: strategia di contrasto della solitudine”, i cui obiettivi principali sono:
– la riduzione dello stigma attraverso un dibattito pubblico, che possa spingere le persone a parlare della propria solitudine e chiedere aiuto
– l’inserimento di temi inerenti alle relazioni e alla solitudine all’interno delle politiche e degli interventi di comunità, amplificando in particolare l’impatto delle organizzazioni che “connettono” le persone
– il miglioramento della ricerca sulle evidenze sul tema della solitudine, affinchè lavorare per contrastarla diventi un’argomentazione convincente, e ognuno possa avere tutte le informazioni necessarie per fare le scelte più adeguate

La Strategia di contrasto della solitudine, la prima azione politica che affrontasse questo tema a livello mondiale, è nata all’interno dei programmi politici nazionali di prevenzione delle malattie, supportata da:

  • dati concreti sull’impatto negativo che essere/sentirsi soli ha, tra cui morte prematura (al pari di cause come il fumo e l’obesità), rischio di malattie coronariche e infarto, depressione, declino cognitivo e rischio aumentato di Alzheimer
  • una visione di cambiamento di una società che valorizzi le forti relazioni sociali, in cui famiglie, amici e comunità si supportino l’un altro, soprattutto nelle situazioni di maggiore vulnerabilità e rischio di solitudine
  • un’attribuzione di responsabilità ai governi, che possono e devono creare le condizioni favorevoli alla costruzione di una comunità socialmente più connessa, per tutti gli attori coinvolti (tra cui associazioni del terzo settore, enti locali, cittadini)

Pur se non recentissima, i messaggi che la strategia trasmette sono ancora più che attuali, ad esempio l’enfasi sull’importanza delle relazioni sociali per la salute e il benessere delle persone: il benessere sociale (in termini di relazioni personali e reti di supporto sociale) è fonte di felicità, sollievo, resilienza, e ciò deve essere riconosciuto da tutti i settori della società, che devono impegnarsi per migliorare i rapporti sociali all’interno della comunità fornendo opportunità di contatti sociali significativi. Una ricaduta importante è la riduzione dello stigma correlato alla solitudine, quando le persone diventano consapevoli del valore di “buone relazioni”, si sentono “autorizzate” a parlare del proprio disagio sociale, e competenti nella ricerca e protezione del proprio benessere relazionale, soprattutto nei momenti di vita critici.

La Strategia inglese di contrasto della solitudine è articolata in capitoli/aree, che riguardano:

  • le cause e le conseguenze della solitudine (con un focus sui cosiddetti “trigger points”: particolari situazioni o eventi del ciclo di vita che possono innescare una solitudine problematica)
  • la valutazione dell’efficacia degli interventi in atto attraverso misure standardizzate a livello nazionale
  • i servizi sanitari, sociali, e del terzo settore mirati al supporto delle persone a rischio di solitudine (in particolare la “prescrizione sociale”, ossia una serie di servizi che offrono risposte a bisogni attinenti alla sfera socio-emozionale o bisogni concreti, o a difficoltà relazionali attraverso la figura di un operatore di collegamento tra individuo e comunità)
  • le infrastrutture facilitanti la connessione sociale nei contesti urbani e rurali (ad esempio trasporti, alloggi, tecnologia digitale, ecc).

Un posto di rilievo è assegnato allo stretto legame tra solitudine e salute mentale, evidenziato dalle ricerche: avere un problema mentale aumenta il rischio di sentirsi soli, e sentirsi soli può avere un forte impatto negativo sulla propria salute mentale.

Tra i gruppi di popolazione particolarmente a rischio di sperimentare sentimenti di solitudine, oltre alle persone anziane, ci sono i giovani tra i 16 e i 24 anni: probabilmente i motivi stanno nello sviluppo psicologico caratterizzato dalle “transizioni evolutive”, e nelle pressioni socio-ambientali tipiche di questa fase.

Di particolare interesse la Call for evidence, la richiesta di condividere iniziative, interventi e approcci considerabili buone o promettenti pratiche lanciata dal governo inglese a giugno 2018, a cui hanno risposto le varie organizzazioni locali operanti sul campo, che ha consentito di individuare alcuni temi-chiave, elementi/criteri di efficacia, ostacoli e casi-studio – tutti estensibili a contesti extra Regno Unito.

In generale, le organizzazioni attive hanno:

  • rinforzato la validità di un intreccio tra le azioni sul territorio con le linee politiche governative
  • chiesto un miglioramento della comunicazione tra livello locale e livello nazionale
  • proposto un lavoro sulla de-stigmatizzazione della solitudine
  • promosso la condivisione di saperi tra settore pubblico e terzo settore
  • evidenziato l’utilità di un sistema di valutazione standardizzato che favorisca la sostenibilità dei progetti
  • segnalato il bisogno di una forma di finanziamento disponibile per le iniziative locali, anche per quelle innovative e su piccola scala, con la possibilità di follow up nel lungo periodo.

 

I RISULTATI DELLE RICERCHE PIU’ RECENTI

Dal 2018 la ricerca sulla solitudine e sugli interventi di supporto/contrasto è aumentata, ed è stato possibile fornire prove di efficacia su interventi rivolti a specifici gruppi di popolazione (ad esempio giovani sotto i 25 anni), specifici temi, e modalità di realizzazione, molto però resta ancora da scoprire circa i meccanismi/criteri di funzionamento.
Per quanto riguarda la “misurazione” della solitudine, le associazioni di volontariato in particolare evidenziano la necessità di dati coerenti e robusti, in modo da comprendere meglio i bisogni dei propri utenti, adattare i servizi, chiedere finanziamenti mirati.

A marzo 2023 il Gruppo tematico del DCMS sulle evidenze inerenti la solitudine, denominato Tackling Loneliness Evidence Group, ha aggiornato la Loneliness Strategy, pubblicando un lavoro di revisione (Evidence Review) che ha valutato l’impatto del programma a livello nazionale a 5 anni dalla sua pubblicazione e ha analizzato gli studi più recenti

La revisione ha esitato in un Report che ha rilevato alcune lacune riguardo alle condizioni di funzionamento degli interventi, e individuato/raccomandato 9 aree prioritarie, da considerarsi come “criteri” che dovrebbero orientare la ricerca, tra questi il miglioramento dell’efficacia degli interventi.

  1. Lo sviluppo di un approccio alla solitudine che tenga conto dell’intero ciclo di vita (life span o life course approach), attraverso ad esempio studi longitudinali di lunga durata che contemplino le varie età oltre alla già iper-studiata terza età
  2. L’accuratezza e appropriatezza degli indicatori per la misurazione della solitudine, anche con l’inserimento di nuove dimensioni quali frequenza, intensità, durata, che si intrecciano con aspetti più prettamente soggettivi
  3. L’analisi e la comprensione della relazione tra stigma sociale e solitudine, visto che dalle ricerche recenti si evince come le esperienze di pregiudizio e discriminazione, vissute anche dai familiari di specifici gruppi di popolazione (ad esempio persone transgender, bambini con disturbo autistico, persone con disabilità intellettiva), siano tra i più forti predittori della solitudine a qualsiasi età (Corrigan et al., 2021)
  4. L’analisi del ruolo e dell’impatto della cultura sulla solitudine
  5. L’analisi e la comprensione dei meccanismi inerenti alla relazione tra solitudine e problemi di salute mentale, con un riverbero sugli interventi psicologici e sociali più utilizzati per la riduzione della solitudine e più promettenti, che consistono ad esempio in training per lo sviluppo delle abilità socio-emotive, e interventi di “ri-orientamento” della cognizione sociale (attività/processo mentale con cui si conosce il mondo)
  6. L’importanza e il ruolo giocato dai fattori ambientali/contestuali, tra cui inquinamento luminoso e dell’aria, presenza di spazi verdi e blu; trasporti funzionanti e strade accessibili; servizi pubblici per la comunità (librerie, caffetterie, spazi adolescenti, campi di gioco); ecc
  7. La solitudine all’interno dei luoghi di lavoro, con l’individuazione ad esempio delle caratteristiche degli attuali modelli di lavoro potenzialmente in grado di creare relazioni significative.
  8. L’identificazione dei “costi economici” della solitudine: ad esempio, per gli adolescenti e i giovani la solitudine è associata a risultati scarsi a livello di istruzione e formazione, e a basse prospettive di salute mentale e posizione lavorativa; per gli adulti, la solitudine impatta sulla produttività lavorativa e provoca problemi di salute psico-fisica
  9. Miglioramento della vita delle persone attraverso interventi efficaci: poiché la solitudine è un problema multi-fattoriale affrontato perciò attraverso diverse strategie di intervento, ognuna con effetti dimostrati su specifici gruppi/comunità, è necessario prevedere studi valutativi metodologicamente solidi.

Questa revisione ha dunque aggiornato le conoscenze e aumentato il corpus di evidenze sugli interventi per la riduzione della solitudine, in maggioranza per gli interventi rivolti alle persone anziane, ma non solo.

A partire da quest’ultima Evidence Review, il DCMS Group ha lanciato la Campaign to End Loneliness, campagna per porre fine alla solitudine, allo scopo di mappare il territorio e valutare l’efficacia delle pratiche in atto (gennaio 2023), e commissionato al WWC e alla Kohlrabi Consulting (ente di ricerca inglese e gallese) una ulteriore revisione (effettuata tra gennaio e maggio 2023 e pubblicata nello stesso anno), la quale ha analizzato 95 studi da cui si evinceva l’efficacia di ben 101 tipi di interventi di contrasto della solitudine.

Sono molti gli approcci che possono alleviare la solitudine nel breve periodo, la maggior parte di essi riguarda gruppi di specifiche età o persone vulnerabili, In particolare, essi riguardano:

  • supporto terapeutico strutturato e approcci che mirano a sviluppare le abilità socio-emotive (interventi rivolti agli adolescenti e ai giovani adulti, svolti all’interno di setting educativi, e terapia cognitivo comportamentale individuale a partire dai 18 anni)
  • supporto sociale mirato a sviluppare le abilità sociali attraverso la creazione/mantenimento delle relazioni e gruppi di discussione
  • interventi che utilizzano attività artistiche e coreutiche nel setting comunità, come mezzo per facilitare l’inclusione sociale
  • interventi di promozione dell’interazione sociale che prevedono l’uso di animali reali o robotizzati.
  • interventi che combinano supporto sociale e supporto psicologico
  • interventi di “social prescribing” che incoraggiano attività sociali nel contesto comunitario, con l’ausilio di operatori socio-sanitari (link workers) e delle organizzazioni di volontariato locali.

 

Ai risultati della nuova revisione sono stati affiancati i risultati di interviste, survey e tavole rotonde svolte con circa un centinaio di stakeholder (professionisti attivi sul campo, ricercatori/valutari, politici), realizzate nel contesto della Loneliness Campaign, finalizzate in particolare all’analisi dei diversi interventi e dei fattori di efficacia.

Tra i fattori centrali degli interventi è possibile estrapolare “una combinazione” di fattori-chiave per l’efficacia degli interventi, che hanno la funzione di creare dei “sistemi supportivi multi-strato”, e che sono comuni a varie tipologie di intervento: accoglienza/aggancio in forma “gentile” e supportiva, supporto nella individuazione e gestione di problemi pratici, lavoro in partnership, creazione di una relazione di fiducia, adozione di un approccio/atteggiamento centrato sulla persona o tarato sul bisogno individuale.
L’utilizzo del termine “solitudine” è risultato un fattore ambivalente: in alcuni casi l’esplicitazione chiara della riduzione della solitudine come obiettivo ha aumentato il rischio di stigma per coloro che non volevano essere etichettati come persone sole, scoraggiandone la partecipazione; in altri casi, invece, le persone erano entrate all’interno di gruppi sociali proprio perché specificamente dedicati ad attività di contrasto della solitudine, dichiarando di sentirsi “comodi”.

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