Una necessaria... rieducazione sentimentale.
Femminicidio e violenza di genere. A che punto siamo per contrastare il fenomeno?
a cura di Marina Penasso, Dors

La violenza di genere è una grave violazione dei diritti fondamentali e della libertà delle donne. Rappresenta un vero e proprio problema sociale, esacerbato dalla disparità di genere che ancora permea il tessuto connettivo della società. Queste affermazioni, che possono apparire scontate e persino banali, in realtà costituiscono una premessa necessaria da tenere presente, specialmente nella presente situazione che l’umanità sta vivendo, sotto la spada di Damocle di un virus.

Si stima che, a livello mondiale, una donna su tre sia stata vittima di violenza almeno una volta nella vita, principalmente ad opera del partner o dell’ex partner.  In Italia i dati sono altrettanto allarmanti: sono infatti quasi sette milioni  le donne che hanno riferito di avere  subito violenza fisica e/o sessuale nell’arco della loro vita.

 L'esito fatale della violenza di genere in molti casi è l'omicidio di una donna causato da un uomo, definito generalmente come "femminicidio”. Il termine, secondo la  Dichiarazione e il programma di azione di Vienna del 25 giugno 1993  può essere definito come  "l'uccisione di donne e ragazze a causa del loro genere”, ossia ”l’uccisione di una donna in quanto donna”. Nel corso degli anni molti movimenti femminili ripresero il tema distinguendo anche tra “femminicidio” e “femicidio”. Il vero punto di svolta nella definizione di “femicide” si deve a  Diana Russel, criminologa e femminista americana, che sottolinea l’aspetto sessista e misogino della maggior parte degli omicidi di donne “perché donne” da parte di uomini, come conseguenza di una società patriarcale. Fu poi l’antropologa (rappresentante del femminismo latinoamericano) Marcela Lagarde, partendo dal concetto di Russel, a elaborare una teoria sistemica tesa a distinguere femmicidio da femminicidio, interpretando ogni violenza contro le donne come fatto sociale e strutturale. Lagarde introdusse quindi il termine femminicidio inteso come tutti quei comportamenti violenti che, non necessariamente causano la morte della donna ma che tendono al suo annientamento fisico o psicologico,  scaturiti da una violenza sistemica e istituzionale.


Nel 2018  una ricerca a livello mondiale dal titolo Gender related killing of women and girls ha mostrato come nel mondo vengano uccise ogni anno una media di  87.000 donne per motivi di genere. In Italia, le indagini statistiche riportano un femminicidio ogni due giorni e mezzo.

L’11 maggio 2011 è stata approvata la "Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica", conosciuta come “Convenzione di Istanbul”, un vero e proprio strumento giuridico che stabilisce una serie di norme per combattere la violenza di genere, per fare in modo che il fenomeno venga posto al centro del dibattito internazionale e per fornire medesimi standard legali alle vittime. A tutt’oggi  sono trentaquattro i Paesi che l'hanno firmata, ratificata e fatta rispettare (fra cui l’Italia attraverso la legge 27 giugno 2013); ma sono ancora dodici quelli che l’hanno firmata senza ratificarla. Ci sono poi i casi limite, come la Polonia (spalleggiata da Ungheria, Slovacchia e Turchia) che nel 2020 è uscita dalla Convenzione scatenando le proteste di migliaia di donne e di attivisti per i diritti umani, in particolare contro il ministro polacco della Giustizia, Zbigniew Ziobro, secondo il quale la Convenzione è un mero manifesto ideologico, da cui è necessario dissociarsi.

Negli ultimi anni, grazie anche all’introduzione della Convenzione, l’interesse pubblico, sia sociale sia politico, è aumentato rispetto al tema del femminicidio, permettendo l’introduzione di leggi per proteggere le vittime di violenza e per prevenire gli omicidi di donne. L’Italia, in tal senso, ha introdotto nel 2013 la legge 119, nota come “Legge sul femminicidio” e la legge 69 del 2019 sulla Tutela delle vittime di violenza domestica e di genere, il cosiddetto “Codice rosso” che ha come obiettivo di velocizzare le procedure di protezione delle donne in caso di denuncia.

Un ruolo importante per la costruzione di una coscienza sociale che alimenti  la sensibilizzazione delle persone sulla violenza di genere e sui femminicidi  è quello rivestito dai mass media nella narrazione del fenomeno. Proprio la Convenzione di Istanbul ha sancito che i mezzi di comunicazione debbano essere considerati un’area prioritaria di intervento in tema di prevenzione e contrasto alla violenza di genere, eliminando dal linguaggio pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi pratica basata sull’idea di inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini.

Diversi studi hanno analizzato il linguaggio utilizzato dalle testate giornalistiche “generaliste” mostrando, in conclusione, l’uso di un linguaggio retrivo che tende quasi ad assolvere l’omicida a discapito della vittima. Spesso viene citata la parola “gelosia” collegandola all’“amore” del carnefice per la vittima oppure rimarcando l’onta del tradimento da parte di lei cancellato con la sua uccisione (ricordiamo a chi legge che, in Italia, le disposizioni sul delitto d'onore sono state abrogate il 5 agosto 1981 con la legge 442!). Tutto ciò quasi a costituire e avallare una sorta di attenuante, ascrivendo il delitto commesso a un raptus, alla follia momentanea (spesso richiamata in questi termini nei titoli!), sottolineando come l’assassino fosse un bravo ragazzo / uomo e un grande lavoratore,  anche a detta dei vicini di casa, che prontamente vengono intervistati, fino ad arrivare all’aberrazione della cosiddetta vittimizzazione della vittima con l’affermazione, in molti casi sottintesa, “se l’è cercata”. A luglio 2021, a tale proposito, la Corte di Cassazione ha affermato, in sede processuale, che  […] la gelosia può integrare l’aggravante dei motivi abietti o futili, quando sia connotata non solo dall’abnormità dello stimolo possessivo verso la vittima o un terzo che appaia ad essa legata, ma anche nei casi in cui sia espressione di spirito punitivo, innescato da reazioni emotive aberranti a comportamenti della vittima percepiti […] come atti di insubordinazione. Nella sentenza viene quindi posto l’accento sulla centralità del principio di autodeterminazione delle persone e sulla gravità delle condotte violente che affondino le radici in un sentimento di appartenenza deviato.

Non è più tollerabile un simile modo di riportare le notizie e in tal senso sarebbe necessario un richiamo dell’Ordine dei giornalisti a chi, negli articoli e nei servizi radiotelevisivi, non rispetti il 'Manifesto di Venezia', ovvero il Manifesto delle giornaliste e dei giornalisti per il rispetto e la parità di genere nell’informazione contro ogni forma di violenza e discriminazione attraverso parole e immagini, presentato il 25 novembre 2017, Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne.

Le parole sono importanti, come sappiamo.  Possono avere un ruolo chiave nel combattere i pregiudizi, o all’opposto, rafforzarli. La contesa sulle parole è una vera e propria battaglia culturale che ha un peso e responsabilità enormi. Quel cambiamento che  può creare un diverso sguardo sul fenomeno della violenza alle donne e sui femminicidi.

L’avvento della pandemia da Covid-19 non ha fatto altro che esacerbare lo stato delle  cose. Il 2020 si può considerare un annus horribilis anche per quanto concerne i femminicidi, il peggiore percentualmente dal 2000. Complessivamente sono diminuite le vittime di omicidio ma in realtà questo abbassamento è dovuto al fatto che sono diminuite le donne vittime della criminalità comune. I femminicidi non sono diminuiti e l’incidenza della componente rappresentata da vittime femminili sul totale degli omicidi è stata la più alta finora registrata. Si pensi, a titolo esemplificativo,  che  a febbraio, maggio, ottobre e novembre 2020 il 100% delle donne è stato ucciso in seno alla famiglia, per mano del partner o di un ex partner.

Le varie misure di isolamento e di confinamento imposte dai governanti per contenere il virus, che si sono susseguite nel corso dei mesi, l’impossibilità di chiedere aiuto ad amici, parenti e alla famiglia di origine, hanno visto molte donne trovarsi a vivere con i loro aguzzini in dimore diventate prigioni. A testimonianza, vi è stato l’aumento esponenziale delle richieste di aiuto ai numeri verdi contro la violenza e lo stalking, innanzi tutto al 1522, il numero promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento Pari Opportunità.

 Il lavoro di prevenzione necessita di uno stretta collaborazione con le istituzioni, in modo tale da supportare lo sviluppo di politiche, leggi e protocolli di risposta alla violenza di genere. La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha indicato, in occasione del 25 novembre 2020, che, per prevenire, occorra insegnare abilità relazionali sane e sicure; rafforzare il sostegno economico alle famiglie; sfidare le norme sociali che promuovono l'autorità maschile sulle donne;  offrire empowerment e istruzione alle persone; eliminare o quanto meno sforzarsi di ridurre le disuguaglianze di genere nell'occupazione e nell'istruzione;  creare ambienti protettivi.

Anche le Nazioni Unite sono scese in campo, in occasione della ricorrenza del 25 novembre 2020, affermando che il fenomeno del femminicidio può essere considerato pandemico all’interno della pandemia da Coronavirus che ha sconvolto il mondo. A tal fine si è chiesto un intervento urgente, a livello mondiale, con l’istituzione di iniziative nazionali per monitorare e, possibilmente, impedire queste uccisioni. L’esperta delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Dubravka Šimonović ha esortatato tutti gli Stati e le principali parti interessate di tutto il mondo ad adottare misure urgenti per impedire la pandemia di femminicidio o gli omicidi di donne, legate al genere, e la violenza di genere, attraverso l’istituzione di organismi di prevenzione multidisciplinari nazionali o osservatori del femminicidio e sulla violenza contro le donne.

Tutti gli studi internazionali e le revisioni della letteratura scientifica sono concordi nell’affermare che,  per contrastare efficacemente il fenomeno della violenza di genere e del femminicidio, sia soprattutto necessario sviluppare, potenziare, implementare, oltre alle attività di prevenzione secondaria (a cominciare dal potenziamento dei centri antiviolenza e delle case rifugio, con opportuni finanziamenti pubblici), quelle di prevenzione primaria.  Quest’ultima dovrebbe essere  rivolta in primis  a bambini, bambine e adolescenti, nelle scuole di ogni ordine e grado, che instilli loro il rifiuto della violenza, insegni  il rispetto di genere attraverso corsi di educazione socio-affettiva, e, attraverso  tali attività, si individuino precocemente comportamenti a rischio, troppo sovente sottovalutati e normalizzati dal mainstream, spesso assimilandoli ad atti d’amore.

A tale proposito, e in conclusione, mi piace ricordare  le parole di Lydia Cacho Ribeiro, giornalista, scrittrice e attivista messicana per i diritti delle donne e dei bambini  […] ci vorrebbe una rieducazione sentimentale. Una pedagogia rivoluzionaria fin dai primi mesi di vita, all’asilo, a scuola, in famiglia. Una nuova educazione che sia capace di modificare l’assegnazione arcaica dei luoghi nelle coscienze.

 

Editoriale scritto da Marina Penasso per la Rivista Historia Magistra, Rosenberg & Sellier (n. 34). Si pubblica per gentile concessione del Direttore. 

 


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