Hikikomori: il numero dei “ritirati sociali” cresce anche in Italia
a cura di Marina Penasso, Dors

Il termine hikikomori, di derivazione giapponese, traducibile letteralmente con “stare in disparte”, venne utilizzata per la prima volta dallo psicologo Saito Tamaki all’inizio degli anni Ottanta ed è composto da ‘hiku’ che significa ‘indietreggiare’ e ‘komoru’ ovvero ‘ritirarsi socialmente’. Indica coloro che si isolano socialmente, giovani e giovanissimi, vivendo da autoreclusi nello spazio domestico, solitamente nei confini della propria camera. Il termine sta a indicare anche la condizione stessa che caratterizza questi ragazzi, definiti da alcuni come eremiti postmoderni. Il fenomeno è più diffuso tra le persone di sesso maschile (oltre il 70% , anche se il numero delle ragazze potrebbe essere sottostimato) che solitamente presentano anche altre caratteristiche, come comportamenti ossessivo-compulsivi e depressione. Il fenomeno, inizialmente registrato solo in Giappone (dove ormai viene riconosciuta come una vera e propria sindrome, annoverando secondo il Koseisho, Ministero della Sanità e del Lavoro, un milione di casi accertati nel 2018) ha nel corso degli ultimi anni trovato numerosi “seguaci” anche in Italia, attestandosi intorno ai 100.000 casi, con un’età media tra i 14 e i 30 anni. Il fenomeno attecchisce quasi esclusivamente in società urbanizzate e ad alta tecnologia.

Le giornate di questi ragazzi si dipanano all’interno delle loro camerette, trascurando spesso l’igiene personale ed evitando di mangiare al tavolo con i familiari, facendosi spesso lasciare i pasti davanti alla porta della stanza; collegati costantemente alla rete Internet, giocando a videogiochi o stando in chat, intrattenendo solamente relazioni virtuali, restando svegli di notte, alterando in questo modo i ritmi circadiani e il ciclo sonno-veglia. Il fatto che questi ragazzi usino la rete Internet e partecipino a giochi online viene considerato un fattore di prognosi favorevole, tenendo conto che questo presuppone una interazione con altre persone e, nei casi estremi, gli hikikomori non hanno invece contatti virtuali. Solitamente queste persone presentano un livello scarso di autostima e vivono in una sorta di eterna adolescenza, non riuscendo a proiettarsi in una vita adulta che presuppone l’assunzione di responsabilità e, nella maggior parte dei casi, abbandonano anche la frequentazione della scuola.

Per questi ragazzi che a volte si rifiutano di uscire dalla loro camera per anni, Il trattamento di elezione è la terapia familiare e la psicoterapia che vede gli psicoterapeuti impegnati a entrare in contatto con loro, cercando di farsi portare nelle loro camere parlando magari di videogiochi, “anime” e manga. Mentre in Giappone il fenomeno viene spesso considerato una vera e propria malattia, alcuni psicoterapeuti e psichiatri sono invece propensi a credere che l’isolamento sia una forma di autoprotezione, per sottrarsi a episodi di bullismo, di cyberbullismo o per non dover affrontare insuccessi scolastici, tentando di mitigare il dolore, l’inadeguatezza e il male di vivere con l’autoisolamento. Solo successivamente, in seguito all’autoreclusione, si possono innestare vere patologie psichiatriche e disturbi psichici, quali ad esempio fobie e psicosi. Studi recenti hanno dimostrato come a questo disturbo sia associato un elevato rischio di suicidio.

Il Ministero della Salute e del Lavoro nipponico ha messo a punto, già a partire dal 2003, alcuni criteri per definire un hikikomori. In particolare:

  • Vita quotidiana svolta principalmente fra le pareti domestiche
  • Nessun interesse ad avere una vita scolastica o a intraprendere un lavoro
  • Persistenza dei sintomi superiore ai sei mesi
  • Esclusione di schizofrenia, ritardo mentale o altre patologie di tipo psichico e psicologico che farebbero rientrare la persona in un’altra tipologia di casi
  • Esclusione di chi porta avanti relazioni interpersonali

Tra Italia e Giappone si evidenziano alcune importanti differenze a cominciare dal sesso delle persone colpite: circa il 90 per cento, in Giappone, sono maschi mentre in Italia la percentuale si assesta intorno al 70 per cento. L’isolamento nel Sol Levante riguarda, oltre al mondo esterno, anche la propria famiglia mentre, in molti casi, in Italia, le persone continuano a mantenere rapporti con il proprio nucleo familiare stretto e relazioni affettuose online.

Anche l’approccio alla cura risulta differente. In Giappone sono stati ideati inserimenti delle persone in progetti scolastici che prevedono un’educazione priva di punteggi per non risultare stressante (tenuto conto che la società giapponese è molto competitiva) ma anche il noleggio di una “sorella in affitto” (rental oneesan), assunta per stimolare la persona a uscire di casa.

In Italia, come si è già accennato, il fenomeno è affrontato principalmente da psicologi, solitamente giovani, per avvicinarsi in modo empatico all’hikikomori con una terapia meno strutturata, molte volte in modalità online oppure nella casa del ragazzo o ragazza, magari attraverso la porta della camera. Alcuni casi si risolvono attraverso poche settimane di terapia, per altri ci vogliono anni, con una media di due / tre.

Anche le associazioni rivestono un ruolo importante facendo advocacy, mettendo in relazione le famiglie e creando reti di supporto.

Gli psicoterapeuti occidentali sono propensi a identificare tre stadi, Nel primo i ragazzi e le ragazze iniziano a saltare le ore di scuola, quelle dedicate allo sport, gli incontri con gli amici; nel secondo stadio si chiudono nella loro cameretta e passano il tempo sui social o giocando alla playstation e leggendo fumetti. Al terzo stadio non interagiscono quasi più con i genitori che, a quel punto, in specie le madri, chiedono aiuto ai professionisti.

Il periodo pandemico che stiamo attraversando a causa del Coronavirus e il conseguente lockdown hanno fatto registrare un incremento delle richieste di aiuto, sia dei ragazzi sia dei loro genitori, anche se inizialmente gli hikikomori parevano trarre beneficio dall’isolamento sentendosi probabilmente uguali agli altri e con meno difficoltà a uscire perché le strade erano semideserte. Con le riaperture c’è stato un inevitabile peggioramento.

In un recentissimo studio (Cerutti R, et al. 2021) i ricercatori sottolineano come, a fronte dell’aumento del fenomeno, sia importante aumentare nel contempo le conoscenze, sia in ambito clinico sia di ricerca, in modo tale da favorire la comunicazione di professionisti, psichiatri, psicologi, antropologi o sociologi e la trasmissione delle informazioni a insegnanti e genitori. Lo stesso studio sottolinea come la mancanza di un chiara e univoca definizione del problema non permetta di pianificare appieno gli interventi preventivi ed evidenzia altresì come sia sempre più necessario approfondire l’analisi del ritiro sociale sorto dal malessere, dalla sofferenza e dal disagio che accompagna spesso le nuove generazioni.

 

Bibliografia e sitografia

Cerutti R, et al. Hikikomori: la sofferenza silenziosa dei giovani. Riv Psichiatr 2021;56(3):129-137 https://www.rivistadipsichiatria.it/archivio/3635/articoli/36153/

Tan MPJ, Lee W, Kato TA. International experience of hikikomori (prolonged social withdrawal) and its relevance to psychiatric research. BJPsych Int. 2021 May;18(2):34-37.

Hikikomori Italia Onlus https://www.hikikomoriitalia.it/

Hikikomori in Italia. Tonino Cantelmi, psichiatra e psicoterapeuta, spiega il fenomeno degli Hikikomori e il disagio psicologico alla base dell’isolamento sociale. 10° Congresso Riviera di Ulisse. Orizzonti in Pediatria, ottobre 2020.https://www.youtube.com/watch?v=9oVIk7Z3E4c

Bagnato K. The hikikomori phenomenon in Italy at the time of the pandemic: pedagogical implications. Annali online della Didattica e della Formazione Docente. Vol 13, N° 21 (2021) http://annali.unife.it/adfd/article/view/2329

 

 

 

Foto di Joshua Rawson-Harris su Unsplash
 
 


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