Tamponi molecolari, test rapidi e test sierologici: cosa sono?
Le domande piĆ¹ frequenti al riguardo dei test diagnostici e i loro risultati, ai tempi della pandemia da COVID-19
a cura di Antonella Bena e Umberto Falcone, Dors

Cos’è il test molecolare mediante tampone?

Si tratta di una indagine per la rilevazione del genoma (RNA) del virus SARS-CoV-2 in un campione biologico oro/nasofaringeo della persona, analizzato tramite un test di biologia molecolare. Questo è il metodo standard di riferimento internazionale che permette di identificare con ottima precisione la presenza del virus e, quindi, la positività o negatività del soggetto, anche nei casi di soggetti sintomatici, pre-sintomatici o asintomatici in cui la carica virale è bassa.

Cosa vuol dire essere positivo al tampone?

Un risultato positivo al tampone significa che molto probabilmente in quel momento la persona ha la COVID-19 e deve, quindi, restare a casa e adottare precauzioni per ridurre il rischio di trasmissione del virus ad altri soggetti. Una persona può essere positiva al tampone anche in assenza di sintomi (asintomatico).

Cosa significa un risultato negativo al tampone?

Un risultato negativo al tampone significa che molto probabilmente la persona non ha la COVID-19. Deve continuare a praticare una corretta igiene delle mani, il distanziamento fisico e indossare la mascherina per il viso. Ciò è particolarmente importante se ha sintomi, perché è possibile che abbia contratto il virus ma il test non lo abbia rilevato.

Cosa sono i test antigenici rapidi? Possono essere utili per effettuare screening di popolazione?

I test antigenici rapidi garantiscono risultati più rapidamente (30 minuti o meno) e a basso costo rispetto a quelli molecolari. Analogamente ai tamponi molecolari, il prelievo del campione biologico è oro/nasofaringeo; tuttavia l’analisi non avviene cercando il genoma del virus ma la presenza di proteine di superficie, appunto gli antigeni. Se l’antigene virale è presente in sufficienti quantità, viene rilevato mediante il legame ad anticorpi specifici fissati su un supporto, producendo la formazione di bande colorate o fluorescenti. Questi test rapidi possono fornire una risposta qualitativa (si/no) in pochi minuti, non richiedono apparecchiature di laboratorio e possono essere eseguiti ovunque da personale sanitario che non necessita di una formazione specialistica.

L’accuratezza (sensibilità e specificità) dei test rapidi è inferiore rispetto al tampone molecolare. Per questo, a seguito del riscontro di un tampone rapido positivo viene spesso eseguito un tampone molecolare di conferma.

Il loro utilizzo come test di screening è ostacolato soprattutto dal rischio di falsi negativi: per esempio, una sensibilità dell’85% significa che possono non riconoscere 15 soggetti su 100 infetti da SARS-CoV-2. In ogni caso, i test rapidi - per esempio massicciamente utilizzati negli aeroporti nonostante il rischio di «falso-positivi» e «falso-negativi» - sono stati in grado di intercettare un rilevante numero di contagiati, probabilmente con alte cariche virali, che non sarebbero stati individuati in altro modo.

È prevedibile che nuovi sviluppi tecnologici permetteranno di realizzare test diagnostici rapidi con migliore sensibilità.

Cosa vuol dire essere positivo al test rapido?

Un risultato positivo al test rapido significa che è possibile che la persona abbia la COVID-19 in quel momento. La persona deve restare a casa e adottare precauzioni per ridurre il rischio di trasmissione del virus ad altri. Il medico valuterà se sia necessario avere la conferma di positività tramite l’esecuzione di un tampone molecolare.

Cosa vuol dire essere negativo al test rapido?

Un risultato negativo al test rapido significa che probabilmente la persona non ha la COVID-19. Deve continuare a praticare una corretta igiene delle mani, il distanziamento fisico e indossare la mascherina per il viso. Se la persona ha sintomi è necessario avere la conferma di negatività tramite l’esecuzione di un tampone molecolare.

Cos’è il pool testing? Quando può essere utile?

Il pool testing è una tecnica di analisi di gruppi di tamponi che consente di esaminare più persone contemporaneamente fornendo risultati in minor tempo e con un consumo minore di reagenti.

In sintesi, il materiale biologico prelevato con diversi tamponi individuali viene miscelato e poi analizzato in un unico test di laboratorio. Se il test risulta negativo significa che nessuno in quel gruppo di persone è infetto. In caso di positività occorre procedere ad analisi individuali.

Il metodo risulta efficace se realizzato su piccoli gruppi di asintomatici non presi a caso ma appartenenti a piccole comunità come i componenti di una stessa famiglia, colleghi di lavoro, ospiti di una RSA, studenti.

Il pool testing è una tecnica già sperimentata in passato per HIV, malaria, influenza, sifilide, SARS e potrebbe aiutare nella strategia di monitoraggio e contrasto del contagio da SARS-CoV-2.

Cosa sono i test salivari?

Si tratta di una nuova soluzione diagnostica che analizza la saliva e fornisce Il test salivare misura direttamente la presenza del Coronavirus, proprio come fa il tampone molecolare.

I vantaggi nell’utilizzo di questo nuovo test sono evidenti:

- rapidità dei risultati (il test è capace di fornire i primi risultati in meno di 15 minuti, per il tampone occorrono alcuni giorni),

- l’analisi può essere effettuata con un kit tipo test di gravidanza o con uno strumento portatile facilmente utilizzabile ovunque (ad esempio presso il medico di famiglia o in strutture scolastiche) senza bisogno di appoggiarsi a laboratori di analisi,

- non è invasivo e fastidioso come invece può risultare il tampone nasofaringeo soprattutto nei bambini,

- può limitare il sovraffollamento di soggetti sospetti nei Pronto Soccorso.

Occorre considerare anche alcuni limiti del test salivare. Rispetto al tampone non permette di valutare la carica virale (cioè “quanto virus è presente”): può solo dire se c’è oppure no. Inoltre sono ancora in corso valutazioni sulla sua efficacia diagnostica e sulla migliore tecnica di prelievo della saliva.

È probabile che il test salivare sarà utilizzato non in sostituzione del tampone molecolare, ma come strumento utile per indirizzare al tampone unicamente quei soggetti che sono risultati positivi.

Cos’è un test sierologico?

Il test sierologico rileva la presenza nel sangue di anticorpi prodotti dal sistema immunitario in risposta ad un agente estraneo. Gli anticorpi hanno la capacità di legarsi in maniera specifica agli antigeni (microorganismi infettivi come virus, batteri, tossine o qualunque macromolecola estranea che provochi la formazione di anticorpi). In sostanza, con questi test deduciamo, dalla presenza nel sangue degli anticorpi, se la persona abbia incontrato il virus e si sia infettata. Ci sono due tipi di test per la ricerca di anticorpi: quelli basati su metodi immunometrici (ELISA, CLIA) e quelli cosiddetti rapidi basati su metodi immunocromatografici o simili. Entrambi funzionano secondo lo stesso principio: si misurano gli anticorpi e si vede se sono IgG o IgM. I test rapidi sono più facili da eseguire (si utilizza sangue capillare e quindi non è necessario un prelievo). Il Ministero della Salute raccomanda fortemente l’utilizzo di test del tipo CLIA o ELISA che comportano l’esecuzione di un prelievo di sangue.

Che differenza c’è tra un test sierologico e un tampone?

I test diagnostici utilizzati attualmente, i cosiddetti tamponi, si effettuano sul muco e si basano sull’individuazione dell’RNA virale. I test sierologici invece vengono effettuati sul sangue e non vedono il virus, ma cercano gli anticorpi che la persona ha sviluppato contro di esso.

Cosa viene rilevato attraverso la effettuazione del test sierologico?

Il test sierologico rileva la presenza nel sangue di anticorpi IgM o IgG. Gli anticorpi IgM sono prodotti nella fase iniziale dell’infezione e si ritrovano nel sangue a partire, in media, da 4 o 5 giorni dopo la comparsa dei sintomi, tendendo poi a scomparire nel giro di qualche settimana. Gli anticorpi IgG sono prodotti più tardivamente e si ritrovano nel sangue a partire, in media, da un paio di settimane dopo la comparsa dei sintomi (ma possono comparire anche prima) e permangono poi per molto tempo.

Cosa vuol dire essere positivi al test sierologico?

Un test anticorpale positivo indica che la persona è entrata in contatto con SARS-CoV-2 (se IgM positivi: infezione recente; se IgM negativi e IgG positivi: infezione passata), ma non indica necessariamente se una persona è protetta e per quanto tempo e se la persona è guarita. Le esperienze raccolte finora su questo virus, infatti, dicono che gli anticorpi compaiono da 5 a 7 giorni dopo l’inizio dei sintomi e si mantengono per un periodo che non sappiamo ancora quanto lungo. Poiché però il virus viene rilasciato per molto tempo, anche 30-40 giorni, c’è un momento in cui nell’organismo sono presenti sia gli anticorpi, sia il virus che continua ad essere rilasciato. In sostanza, la presenza di anticorpi non è segno del fatto che il paziente sia guarito e che quindi non sia più contagioso.

Cosa vuol dire essere negativi al test sierologico?

Un test anticorpale negativo può avere vari significati: una persona non è entrata in contatto con SARS-CoV-2, oppure è stata infettata molto recentemente (meno di 8-10 giorni prima) e non ha ancora sviluppato la risposta anticorpale al virus, oppure è stata infettata ma la quantità di anticorpi che ha sviluppato è, al momento dell’esecuzione del test, al di sotto del livello di rilevazione del test. In particolare, l’assenza di rilevamento di anticorpi (non ancora presenti nel sangue di un individuo per il ritardo che fisiologicamente connota una risposta anticorpale rispetto al momento dell’infezione virale) non esclude la possibilità di un’infezione in atto in fase precoce o asintomatica e il relativo rischio di contagiosità dell’individuo.

Quale utilità può rivestire l’effettuazione di test sierologici su un ampio campione della popolazione anche nel contesto delle politiche di sorveglianza sanitaria già in atto?

I test sierologici sono uno strumento importante per stimare la diffusione dell’infezione in una comunità: è infatti grazie a questi strumenti che possiamo avere un quadro più chiaro di chi è entrato realmente in contatto con il virus. I metodi sierologici possono essere utili per l’identificazione dell’infezione da SARS-CoV-2 in individui asintomatici o con sintomatologia lieve o moderata che si presentino tardi alla osservazione clinica. Possono essere utili anche per definire più compiutamente il tasso di letalità dell’infezione virale perché misurano, con maggiore precisione, il numero di soggetti contagiati da SARS-CoV-2. Il Ministero della Salute afferma però che i test sierologici non possono, allo stato attuale dell’evoluzione tecnologica, sostituire il test molecolare basato sull’identificazione di RNA virale dai tamponi nasofaringei.

Ha senso consegnare un “patentino di immunità” ai soggetti risultati positivi al test sierologico?

No. Ad oggi non sappiamo né quanto tempo permangano in circolo le immunoglobuline IgG, quelle che garantiscono la protezione più a lungo termine, né possiamo essere certi che un esito negativo resti negativo anche nei giorni immediatamente successivi perché le stesse IgG tendono a svilupparsi a infezione risolta, ma non subito.

Inoltre l’affidabilità dei test non è del 100%: sarà presente sempre una certa quantità di falsi positivi e di falsi negativi. Il Ministero della Salute raccomanda fortemente l’utilizzo di test del tipo CLIA e/o ELISA che abbiano una specificità non inferiore al 95% e una sensibilità non inferiore al 90%, al fine di ridurre il numero di risultati falsi positivi e falsi negativi. Al di sotto di tali soglie, l’affidabilità del risultato ottenuto non è adeguata alle finalità per cui i test vengono eseguiti.

 Il test sierologico non ha al momento alcuna utilità clinica per conoscere il proprio stato rispetto alla Covid-19, mentre può servire a verificare la reale proporzione degli immuni rispetto ai non immuni nella popolazione.

Che cosa succede se i responsabili di un dato ambito collettivo (per es ambiente di lavoro) intendono avviare un percorso di screening dei soggetti appartenenti a tale collettività mediante test sierologici?

I test sierologici attualmente disponibili non hanno una validità sufficiente per esprimere un giudizio di idoneità nell’ambito della sorveglianza sanitaria. Non vi sono indicazioni al loro utilizzo per finalità sia diagnostiche che prognostiche nei contesti occupazionali, né tanto meno per determinare l’idoneità del singolo lavoratore. La Regione Piemonte autorizza i datori di lavoro a procedere all’impiego dei test in ambiti aziendali sotto la supervisione del medico competente e previo nulla osta da parte dell’ASL competente per territorio. I soggetti risultati positivi ai test sierologici devono successivamente essere sottoposti a tampone nasofaringeo. Le prestazioni possono essere eseguite in laboratori privati accreditati con costi a carico del datore di lavoro. Il medico competente deve immediatamente dare notizia dei lavoratori risultati positivi al tampone al Servizio di Igiene Pubblica territorialmente competente.

Chi è stato infettato ed è guarito può considerarsi immune? Dovrà comunque vaccinarsi?

I casi di una seconda infezione sono segnalati in tutto il mondo anche se non è sempre così chiaro se si tratta davvero di un nuovo contagio oppure se il virus o frammenti virali della prima infezione indugiano nel corpo anche dopo la scomparsa dei sintomi. Una ricerca italiana pubblicata sulla rivista BMJ Global Health ipotizza che l’immunità acquisita non solo potrebbe non essere protettiva, ma potrebbe addirittura favorire reinfezioni con sintomi più gravi[a1]. L’immunità sembra, inoltre, ridursi drasticamente nel giro di pochi mesi: il livello di anticorpi raggiunge il picco dopo circa tre settimane dalla comparsa dei sintomi per poi gradualmente diminuire. Tre mesi dopo l’infezione soltanto il 17% di chi ha contratto il virus mantiene la stessa potenza di risposta immunitaria, destinata a ridursi in certi casi fino a non essere neppure più rilevabile.

Per avere maggiori certezze sulla durata della protezione occorre attendere gli esiti di altri studi epidemiologici ma, allo stato attuale delle conoscenze, chi è stato infettato ed è guarito non può considerarsi immune e sarà invitato a vaccinarsi.

L’esame sierologico può aiutare a decidere se è opportuno vaccinarsi?

“Ai fini della vaccinazione, non è indicato eseguire test diagnostici per accertare una pregressa infezione. La vaccinazione anti-COVID-19 infatti si è dimostrata sicura anche in questi casi e, pertanto, può essere offerta indipendentemente da una pregressa infezione sintomatica o asintomatica da SARS-CoV-2. È possibile considerare la somministrazione di un’unica dose di vaccino anti-COVID-19 nei soggetti con pregressa infezione da SARS-CoV-2 (decorsa in maniera sintomatica o asintomatica), purché la vaccinazione venga eseguita ad almeno 3 mesi di distanza dalla documentata infezione e, preferibilmente, entro i 6 mesi dalla stessa.

Le persone con pregressa infezione da SARS-CoV-2 confermata da test molecolare, indipendentemente se con COVID-19 sintomatico o meno, dovrebbero essere vaccinate.”*

In sintesi, i risultati di un test sierologico non forniscono risposte tali da escludere l’opportunità di vaccinarsi. Anche chi ha avuto la COVID-19 deve fare almeno una dose di vaccino. Il vaccino è auspicabile in ogni caso. 

*Rapporto ISS COVID-19 n. 4/2021 Indicazioni ad interim sulle misure di prevenzione e controllo delle infezioni da SARS-CoV-2 in tema di varianti e vaccinazione anti-COVID-19

L’esame sierologico può aiutare a capire se la vaccinazione garantisce la copertura?

“La valutazione e il monitoraggio del titolo anticorpale dopo la vaccinazione anti-COVID-19 non è indicato nella pratica clinica se non nell’ambito di studi scientifici/epidemiologici.

Alla luce dell’uso di vaccini con meccanismi d’azione diversi, della circolazione di varianti virali e dell’assenza di un correlato di protezione immunologico standardizzato, non ci sono al momento indicazioni che nelle pratiche di assistenza sanitaria sia utile la valutazione e il monitoraggio del titolo degli anticorpi diretti contro la proteina spike (S) di SARS-CoV-2.

Poiché, al momento, è impossibile correlare in modo preciso il titolo di anticorpi con il livello di protezione, la presenza di anticorpi all’esame sierologico non esime la persona dall’uso dei DPI e altri dispositivi medici, nonché dal seguire tutte le precauzioni standard e specifiche per impedire la trasmissione dell’infezione da SARS-CoV-2. La valutazione e il monitoraggio della risposta immunologica riveste, al momento, solo un aspetto di carattere scientifico ed epidemiologico.”*

*Rapporto ISS COVID-19 n. 4/2021 Indicazioni ad interim sulle misure di prevenzione e controllo delle infezioni da SARS-CoV-2 in tema di varianti e vaccinazione anti-COVID-19


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