Umanizzazione dei luoghi di cura: un progetto di teatro sociale e di comunità
Claudio Tortone, Dors

Oggi giorno è sempre maggiore l’attenzione data alla vita lavorativa dei professionisti della sanità, sia per rispondere alle condizioni lavorative sempre più stressanti e con personale la cui età media si sta innalzando sia per dare maggiore possibilità di benessere alla relazione di cura nella stessa équipe di lavoro e con i pazienti. Le policy a livello europeo ritengono prioritarie queste azioni, sottolineando la necessità di sperimentare e diffondere modelli organizzativi innovativi. Il documento OMS Salute 2020 di orientamento delle politiche sanitarie europee e nazionali ne sottolinea la rilevanza (priorità 3) e il recente documento sullo Stato di Salute nell’Unione Europea (2017) della Commissione Europea lo ha ribadito (vedi capitolo 4).

La stessa esigenza nasce anche “dal basso” in risposta a storie professionali e organizzative sensibili a queste sfide. Vogliamo presentare un’esperienza maturata presso l’A.O Mauriziano di Torino nell’equipe di lavoro del blocco operatorio, che ha saputo trovare ascolto e sostegno dai responsabili sanitari e amministrativi e dalla comunità ospedaliera e cittadina. Intervistiamo Pino Fiumanò, infermiere con Master in Teatro Sociale e di Comunità, responsabile del progetto.

Una breve presentazione del progetto…

Umanizzazione dei luoghi di cura. Costruire luoghi e spazi di ben-essere per curati e curanti è un progetto che mette in relazione molte dimensioni umane: Cultura, Arte, Teatro, Partecipazione, Ben-Essere e Salute. Diciamo meglio: è un progetto di Teatro Sociale e di Comunità (TSC). Un’azione psicosociale complessa che vede coinvolti un professionista del teatro sociale, i professionisti del blocco operatorio dell’A.O. Ordine Mauriziano di Torino, la comunità mauriziana tutta, il mondo delle associazioni cittadine, le istituzioni del mondo civile e politico della Regione Piemonte.
Un progetto che nasce dal basso e sa coinvolgere i vertici dell’A.O. Ordine Mauriziano che riconoscono, nei fatti e nei risultati, la competenza di un gruppo professionale a progettare la propria ri-nascita condividendo processi artistici partecipati capaci di promuovere il cambiamento in termini di empowerment, di ben-essere e di salute per le persone, curati e curanti, i gruppi e la comunità, mettendo al centro del progetto il paziente in quanto persona.


Abbiamo voluto realizzare anche un video per la presentazione del progetto per raccogliere le testimonianze di chi è stato attore del progetto e di chi l’ha sostenuto:

 

 

Qual è stato il movente di questo progetto? E perché avete scelto di usare la metodologia e la pratica del Teatro Sociale e di Comunità?

Come in ogni azione di TSC si è utilizzata una metodologia progettuale partecipata che parte da una condizione umana precisa: quella, nello specifico di questo progetto, di un gruppo di curanti feriti dalla perdita improvvisa e drammatica di una collega e da una consapevolezza nuova e improvvisa: la fragilità del ruolo del curante. Se da una parte, infatti, a quei professionisti è dato, istituzionalmente, il compito di prendersi cura di chi soffre a causa delle proprie condizioni di salute, d’altra parte quel gruppo è chiamato a fare esperienza della propria fragilità di fronte al contatto quotidiano con la malattia, la sofferenza e la morte, ancor più quando quest’ultima li coinvolge, come gruppo professionale dall’interno, in maniera inaspettata e violenta. L’idea nasce pertanto come proposta di un percorso artistico/culturale e teatrale da condividere per dare risposta a un bisogno emerso: la necessità di prendersi cura di sé, di sé come persone, come professionisti, ma anche dell’altro da sé, del collega, col quale si condivide, nella quotidianità, la medesima condizione umana e professionale. E tutto questo senza escludere, ma mettendo al centro delle azioni e degli obiettivi progettuali il ben-essere dei curati, dei pazienti e dei malati di cui quel gruppo continua e continuerà a prendersi cura.

Qual è stata l’idea che ha portato a una trasformazione concreta della quotidianità e dei luoghi di cura?

L’idea condivisa dal gruppo è semplice: prendiamoci cura del nostro luogo di lavoro, riprogettando il corridoio di ingresso al blocco operatorio. Il non detto è: se ci prendiamo cura del nostro luogo di lavoro in realtà ci stiamo prendendo cura di noi e insieme dei nostri pazienti. Il corridoio è stato scelto in quanto luogo fortemente simbolico, quale biglietto da visita del servizio. Quel corridoio è infatti il luogo ed il tempo par accoglierci, per accogliere i curati e per presentarsi a loro come gruppo di professionisti. Il non detto qui è: per presentarsi a qualcuno dobbiamo sapere chi siamo, chi siamo come gruppo: quale immagine condivisa e condivisibile di noi vogliamo mostrare? E’ questo un lavoro profondo sulla propria identità, lavoro reso possibile con la mediazione del linguaggio fotografico attraverso la scelta condivisa dal gruppo delle 12 fotografie che costituiscono le fronde e i frutti di quegli alberi disegnati.

In che modo l’arte si è espressa teatralmente della realizzazione del progetto?

I linguaggi artistici utilizzati dal gruppo per riprogettare e rendere più accogliente il corridoio sono state le forme (l’albero), i colori (Azzurro e Arancione) e i 12 grandi quadri fotografici con i visi e le azioni dei professionisti del servizio, che in questo modo si presentano ai pazienti e ai parenti. Lo spazio è stato ripensato come spazio scenografico e teatrale composto da elementi che rispondono ad una precisa domanda: cosa vogliamo far accedere in chi lo percorre, in chi lo vive, quali significati e significanti affinché quel luogo faccia sentire accolti empaticamente chi lo attraversa? Che esperienza vogliamo che sia? Questa è la domanda centrale del progetto nella costruzione della nuova scena teatrale. La convinzione che ogni luogo e ogni spazio che abitiamo, abita in noi e sempre, nel bene o nel male. fa accadere in noi qualcosa… Questo valore ci ha guidato a mettere in atto strategie efficaci e scelte precise affinché quel corridoio spoglio e tras/curato e per nulla accogliente mettesse in scena, rappresentasse, portasse a presenza ciò che è proprio di quei professionisti, stiamo parlando dell’arte antica e così necessaria del prendersi cura. Cultura, Arte, Teatro di cui quel gruppo aveva fortemente bisogno per rinascere da un momento di profonda sofferenza.

Come si è articolato il percorso partecipato e chi ha coinvolto e impegnato?

Il percorso è durato oltre un anno mezzo. L’idea progettuale si è trasformata e arricchita cammin facendo, nonostante alcune difficoltà… Un primo nucleo di professionisti del blocco operatorio si è fermato e si è interrogato sul senso di stare e lavorare insieme, avendo nel cuore la perdita improvvisa e drammatica di una collega. Da questa situazione è nato il desiderio di trasformare questa perdita in qualcosa che potesse essere generativo e bello per gli abitanti e per gli ospiti del blocco operatorio. Si è costituito così un gruppo di progetto di circa 20 persone provenienti dai 150 professionisti del blocco operatorio. Si sono formati due gruppi lavoro uno dedicato alle fotografie e l’altro alle forme e ai colori. E poi a cerchi concentrici sono stati coinvolti i responsabili e i direttori delle strutture, mediche e amministrative, dell’ospedale fino ad arrivare al sostegno di organizzazioni e associazioni cittadini e regionali. È stata un’azione corale e tangibile anche nel momento celebrativo di inaugurazione, avvenuta il 31 gennaio 2018. Abbiamo raccolto un po’ di cifre intorno al progetto: a conti fatti anche noi stessi siamo stati meravigliati da quale movimento abbiamo creato intorno a questo importante risultato corale. Un rimando gratificante ci è arrivato dai pazienti ospiti del Maurizio che hanno attraversato il corridoio e che hanno apprezzato, con sorpresa, l’accoglienza del corridoio. Trovate le loro testimonianze nel video.

Avete avuto un’eco del progetto? E il futuro?

Ci hanno contattato altri ospedali piemontesi, come ad esempio l’A.O. San Luigi Gonzaga di Orbassano, e italiani, gli ospedali di Lecce e Chieti. La Stampa e altre enti istituzionali hanno creduto e sostenuto il progetto attraverso i loro canali di comunicazione. La fondazione La Stampa Specchio dei Tempi ci ha sostenuto con un contributo economico.

La pagina facebook @umanizzazioneluoghidicura.it e il sito www.salutearte.it hanno dato visibilità alla nostra esperienza e raccolto molte condivisioni, contatti e riconoscimenti.

Il futuro? Come si dice l’appetito vien mangiando… abbiamo costituito - attorno al Manifesto Il Teatro in Ospedale: luogo della cura un nuovo gruppo di ricerca sul tema: Cultura, Arte, Teatro, Partecipazione, Ben-Essere e Salute. Abbiamo delle idee e dei contatti… ci auguriamo nuovi progetti che siano un’opportunità di ben-essere per curanti, curati e i luoghi di cura.


DOWNLOAD & LINK