Mindfulness: storia moderna di una pratica antica per vivere in pienezza
C. Ritossa, medico, chirurgo e palliativista, istruttore protocolli MBSR, Responsabile Anemos curando s’impara, provider di formazione ECM Regione Piemonte.

Dalle origini agli interventi mindfulness based

La pratica di mindfulness è uscita da tempo dal mondo sanitario per trovare applicazione anche nelle scuole con gli studenti, nelle carceri con i detenuti, nello sport e nelle imprese. Questa pratica di meditazione per il benessere e per la riduzione dello stress è fortemente raccomandata nel Piano d'azione per la salute mentale 2013-2020 dell’OMS e nel documento di policy Salute 2020 poi recepiti dal Piano Nazionale e Regionale della Prevenzione 2014-2018.

Oggi il termine mindfulness è entrato nell’uso comune tanto da meritare la copertina del numero di gennaio 2014 di Time Magazine, intitolata “mindful revolution”. Viene utilizzato in tantissimi contesti, e per descrivere le più svariate forme di attività, che spesso con la mindfulness hanno poco a che fare. Fa tendenza essere mindful, lavoratori mindful,  bambini mindful, si è diffuso come modo di dire . Raramente, però, quello a cui ci si riferisce ha davvero a che fare con la mindfulness, salita agli onori della cronaca non solo nella società americana, ma anche in Europa e nel nostro Paese, dove ogni anno si moltiplicano gli insegnanti e gli ambiti di applicazione.
Ma, allora, che cos'è la mindfulness?

La parola mindfulness traduce in inglese la parola sati, un termine della lingua pali, antica lingua dell’India nella quale vennero scritti i discorsi del Buddha. Ma la traduzione con “piena presenza mentale” o “consapevolezza” non dà ragione della ricchezza del termine, che si riferisce a una consapevolezza non concettuale, di mente e di cuore. Infatti, va ricordato che nella concezione antica di quella civiltà non c'era separazione tra corpo, mente e cuore: quando si ascolta mindfulness “è come se si ascoltasse contemporaneamente anche la parola heartfulness”, cioè pienezza di cuore (Kabat-Zinn 2012).
Sati viene anche descritta come un fattore mentale che si può coltivare, come la concentrazione e la stabilità; consiste nel portare nell'esperienza tutti sé stessi e in quella conoscenza che si manifesta quando si placa l’attività discorsiva della mente (discurr?re, in latino, significa correre di qua e di là), una presenza oltre le parole, i concetti, il pensare, il significare. Viene coltivata attraverso la pratica di meditazione detta vipassana (chiara visione), in inglese mindfulness meditation o insight meditation.

Quella che noi oggi chiamiamo mindfulness si riferisce in particolare all’esito di una straordinaria intuizione di Jon Kabat-Zinn, biologo molecolare americano e meditante nella tradizione buddhista Theravada, che a partire dal 1979 propose un insegnamento introduttivo alla meditazione in contesti secolari, come gli ospedali.
Jon Kabat-Zinn diede vita a un programma di otto settimane per la riduzione dello stress (Mindfulness-Based Stress Reduction - MBSR), e iniziò a utilizzarlo all’Università del Massachussetts, con gruppi di pazienti ambulatoriali che soffrivano di condizioni croniche. L‘esperienza pilota fu poi descritta nel primo articolo pubblicato su General Hospital Psychiatry (Kabat-Zinn 1982). Sin dai risultati preliminari fu evidente che la pratica meditativa, unita ad una parte psicoeducativa, portava grandi benefici a chi partecipava ai gruppi, anche se fu solo agli inizi degli anni ‘90 che venne pubblicato il primo testo, dove venivano descritte le basi e le pratiche del programma.
Questo tuttavia non coincise con la creazione di un vero e proprio “manuale MBSR” (Kabat-Zinn 1991). La mancata manualizzazione  è dovuta al fatto che ogni singola realizzazione del programma non è solo un insieme di tecniche da applicare, ma un’esperienza viva e sempre diversa che coinvolge istruttore e partecipanti e, come tale, non standardizzabile. Nelle parole di Kabat-Zinn: “la pratica di consapevolezza è l’impegno di una vita” (Kabat-Zinn 2011).

Il programma iniziò a diffondersi attraverso istruttori preparati con un training impegnativo svolto presso il Center for Mindfulness dell'Università del Massachussetts e dopo pochi anni era già presente in 240 ospedali americani (Giommi 2014). Grande impulso alla circolazione della mindfulness venne poi dato da Segal, Williams e Teasdale, tre studiosi interessati ad approfondire le dinamiche di azione della mindfulness, applicandola a persone che soffrivano di depressione maggiore in fase di remissione. Nacque così il programma MBCT, Mindfulness-based Cognitive Therapy for depression relapse, che, rapidamente mostrò la sua efficacia nella profilassi delle recidive della depressione (Teasdale 1995; Segal 2014).
I dati confermati da RCT - Randomized Controlled Trials - (Ma 2004; Hollon 2005; Van Halderen 2012) hanno portato il NICE, agenzia britannica per le linee guida sanitarie, a raccomandare il protocollo MBCT come prima scelta per la prevenzione delle recidive della Depressione Maggiore. Lo stesso è accaduto con l’American Psychiatric Association (APA). Studi successivi hanno evidenziato risultati promettenti anche in pazienti in fase acuta (Van Halderen 2012). Protocolli analoghi “specializzati”, i Mindfulness-based Interventions (MBIs), sono stati messi a punto anche per altri problemi: i disturbi alimentari - MB Eating Awareness training - (Kattermann 2014), la prevenzione nelle tossicodipendenze - MB Relapse Prevention - (Skanavi 2011; Vidrine  2016), i caregivers di pazienti anziani fragili - MB Elder Care - (Epstein-Lubow 2011) e le coppie che stanno affrontando la transizione alla genitorialità - MB Childbirth and Parenting Program - (Duncan, 2010).

 

RCT - Randomized Controlled Trials: si tratta di studi che mettono a confronto due o più campioni di popolazione, assegnando a caso la partecipazione ad un gruppo o ad un altro. A un gruppo viene somministrato un trattamento, all’altro no. Si verifica l’efficacia del trattamento nei due (o più) gruppi, analizzando i risultati.

 

Mindfulness e scienza

I programmi di mindfulness si sono comunque diffusi con grande rigore nell'ambito della ricerca clinica, con il fine del tutto condivisibile di sostenere il potenziale di guarigione dell'unità corpo-mente (Ludwig 2008; Paulson 2013). Sono stati dimostrati benefici rilevanti nel dolore cronico (Andersen 2016), nei disturbi d’ansia (Kabat Zinn 1992), nella psoriasi (Kabat Zinn 1998) nei malati di AIDS (Gonzalez 2016), nei malati di cancro (Bartley 2012; Piet 2012; Zainal 2013), nei disturbi da attacchi di panico (Kim 2016), e nei disturbi alimentari (Ruffault 2016). Nel 2014 i protocolli sono stati sperimentati anche in malati di cancro in stadio avanzato presso l'Our Lady’s Hospice and Care di Dublino e a supporto dei caregivers informali nell’ambito delle cure palliative (Beng 2015; Jaffray 2016). I protocolli MBSR inoltre sono stati implementati per promuovere la resilienza nelle scuole (Kuyken 2013), nei genitori (Bailie 2012) e nei luoghi di lavoro (Chaskalson 2011).

La diffusione della mindfulness ha dato impulso agli studi che valutano gli effetti della meditazione sul cervello, benché i primi studi che utilizzavano l’elettroencefalografia (EEG) risalgano agli anni ’60 (Kasamatsu 1966). Ulteriori e significative ricerche sugli effetti della meditazione sull’encefalo vennero sostenuti e promossi da Francisco Varela, che con altri scienziati e il Dalai Lama fondò nel 1987 il Mind and Life institute con lo scopo di unire in modo integrato le tradizioni contemplative ai risultati della scienza. Partendo dagli sviluppi connessi alla scoperta della neuroplasticità, intesa come possibilità che ha il cervello di modificarsi strutturalmente e funzionalmente in risposta all’esperienza, si è potuto rilevare come la meditazione modifichi gli assetti delle reti neuronali, migliorando non solo le capacità di attenzione, ma anche la flessibilità di fronte agli stimoli esterni, modificando la struttura stessa di alcune aree cerebrali (Davidson 2003; Luders 2012). La misurazione degli ormoni dello stress ha poi confermato quanto intuito dagli antichi sul potenziale pacificante del vivere il momento presente, accogliendo la realtà così com'è (Bergen-Cico 2014). Non si tratta di raggiungere una sorta di apatia rassegnata, ma di una più consapevole e piena comprensione della realtà, che consente azioni più adeguate, meno dettate da reattività, pregiudizi e abitudini (Sharma 2014).
In ambito sanitario è stato anche dimostrato che la pratica meditativa non solo migliora la condizione dei malati, ma anche quella degli operatori, diventando un potente mezzo per la prevenzione del burnout (Guillaumie 2016).

 

Recenti applicazioni e la “mindful revolution”

La pratica di mindfulness è tuttavia uscita da tempo dal mondo sanitario per trovare applicazione anche nelle scuole con gli studenti, nelle carceri con i detenuti, nello sport e nelle imprese. In altri termini, gli ambiti della società che necessitano di uno sviluppo personale fondato su un maggior benessere e che esigono una maggior “presenza” nelle attività, si sono "appropriati" del programma, facendone talvolta un uso strumentale. Oggi, per acquisire credito, anche interventi generici di training mentale o pratiche meditative di vario tipo vengono associate al termine mindfulness. Tuttavia la pratica di mindfulness insegnata nei programmi non è solo una tecnica, uno strumento per “fitness e wellness”, ma un’esperienza che conduce a vivere più pienamente, con presenza, tutte le situazioni della vita, così come accadono. Ovviamente non c'è nulla di male nello stare meglio e, in ragione di ciò, essere più produttivi a scuola o nello sport o nella Silicon Valley. Ma è un  uso improprio, che separa i MBIs dalla radice meditativa originaria e si avvicina molto all’ uso strumentale che gli occidentali hanno fatto di molte antiche discipline, come per esempio lo yoga, stravolgendone di fatto il senso originario e il potenziale liberatorio in senso profondo.

L'affermarsi della mindfulness, intesa come una tecnica cui ricorrere per stare bene o per rilassarsi o per raggiungere chissà quale stato di coscienza, è dovuta anche all’improvvisazione di insegnanti che, senza un training specifico, si ritengono in grado di condurre i protocolli, sull’onda della moda e del possibile business. Il fenomeno è di tale portata che anche chi ha solo frequentato un programma MBSR si propone come insegnante di meditazione di consapevolezza (vipassana). Ma la partecipazione a un programma di mindfulness, o la qualifica di  istruttore di protocolli MBSR non sono condizioni che da sole possono autorizzare l’insegnamento della tradizione contemplativa buddhista. Sono alla radice dei programmi MBIs ma, proprio perché questi programmi rappresentano un livello introduttivo alla pratica di meditazione, non richiedono né prevedono lo stesso lungo percorso di studio e di approfondimento del Dharma (l’insieme degli insegnamenti del Buddha) e la pratica che, invece, sono richiesti ai maestri di meditazione vipassana.

Questo aspetto ci riporta al rapporto tra il Dharma e i protocolli basati sulla mindulness. La risposta sta nelle parole di Jon Kabat-Zinn: “l’intenzione e la prospettiva dietro l’MBSR non hanno mai inteso sfruttare, frammentare o decontestualizzare il Dharma, ma al contrario ri-contestualizzarlo all’interno delle cornici della scienza, della medicina (incluse psichiatria e psicologia) e della sanità, affinché ciò potesse risultare di massima utilità per coloro che non avrebbero mai potuto entrarvi in contatto attraverso la tradizionali porte di accesso del Dharma” (Kabat-Zinn 2011). In sostanza si tratta di un modo per coltivare aspetti della mente consapevole, per introdurre a una via che non è legata o dipendente da uno specifico credo religioso ma che è, invece, essenzialmente universale, vero e proprio patrimonio dell’umanità, come testimoniato dalla presenza anche in altre tradizioni contemplative antiche occidentali.

Tuttavia, con l’abbondare di studi e risultati positivi o almeno promettenti, è facile comprendere la tentazione di trasformare la mindfulness in una tecnica con l’esito di farne un uso strumentale. 
Ma una tecnica in sé difficilmente ci può portare alla comprensione di che cos'è una piena presenza di corpo e mente: un modo di essere che ci porta a vivere più pienamente, sostenuti da un’attenzione non giudicante, affezionata, che permette di incontrare le esperienze così come sono (Kabat-Zinn 2012).
Non si tratta dunque di scrivere o leggere, ma di praticare e fare esperienza, con impegno e disciplina. D'altra parte nessuno potrebbe sostenere che per parlare bene una nuova lingua basta un corso di otto settimane senza alcuna pratica nella vita quotidiana. O che è possibile imparare a suonare il violino senza anni di esercizio.

I programmi mindfulness-based rappresentano invece l'introduzione a un cammino che, nella sua costanza e intenzione, può condurre a una profonda trasformazione della vita di ciascuno: ben oltre dunque il diventare più produttivi o migliorare una performance di qualsivoglia genere.
Un cammino che non chiede di abbracciare una particolare visione religiosa del mondo: il cammino esperienziale della pratica meditativa è un cammino umano per tutti, per una crescita che supera le singole credenze, ma che nel contempo alimenta una fiducia fondamentale nella vita, una possibilità di guardare all’altro con occhi aperti e nuovi, dove il non giudizio diventa anzitutto uno strumento per la cura di sé, nella prospettiva della cura dell'altro.
Si tratta in conclusione di aprirsi a un risveglio nella vita, per vivere una vita più ricca e piena nella gioia ma anche nel dolore che inevitabilmente prima o poi tutti incontriamo.
La convinzione iniziale di Kabat-Zinn infatti fu che “attraverso l’MBSR si manifesta uno sviluppo sistematico di risorse interne“: i protocolli basati sulla mindfulness permetterebbero alle persone di mobilitare le capacità per stare con la propria esperienza, qualunque essa sia, incontrandola anziché giudicandola e trovando nuovi modi per relazionarsi anche alla sofferenza. La possibilità, di decentrarci rispetto alla visione di noi e degli altri e di quello che accade, che è connaturata al sorgere stesso della consapevolezza silenziosa, non discorsiva, è il cuore del potere liberatorio e quindi terapeutico della mindfulness (Giommi 2014).

 

Centri di riferimento in Italia

 

Bibliografia

Per chi desiderasse approfondire si consiglia la consultazione della bibliografia.

 

Revisione per il web a cura di Paola Capra e Claudio Tortone, Dors

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