L'ultimo Rapporto Osservasalute
Luisella Gilardi, DoRS

Punti salienti dal Comunicato Stampa

Invecchiamento senza freni, oltre un italiano su 5 ha più di 65 anni I valori regionali variano da un minimo della Campania (17.6% di persone con più di 65 anni ) a un massimo della Liguria (28%).

L’aumento della speranza di vita segna una battuta d’arresto – Nel 2015 la speranza di vita per gli uomini è 80,1 anni e di 84,7 anni per le donne. Nel 2014, la speranza di vita alla nascita era pari a 80,3 anni per gli uomini e 85,0 anni per le donne.

Nella PA di Trento si riscontra, sia per gli uomini sia per le donne, la maggiore longevità (rispettivamente, 81,3 anni e 86,1 anni). La Campania, invece, è la regione dove la speranza di vita alla nascita è più bassa, 78,5 anni per gli uomini e 83,3 anni per le donne.

Si conferma elevata la quota di italiani sovrappeso e obesi, problema in crescita anche al Nord. Nel 2014, più di un terzo della popolazione adulta è in sovrappeso, mentre poco più di una persona su 10 è obesa; complessivamente, il 46,4% delle persone che hanno 18 anni e più è in eccesso ponderale. In Italia, nel periodo 2001-2014, è aumentata la percentuale delle persone in sovrappeso (33,9% vs 36,2%), soprattutto è aumentata la quota degli obesi (8,5% vs 10,2%)[1]. Le regioni meridionali presentano la prevalenza più alta di persone obese e in sovrappeso rispetto alle regioni settentrionali, che mostrano i dati più bassi di prevalenza. Il problema dell’eccesso di peso è cresciuto molto nelle regioni settentrionali, nonostante valgano ancora le differenze appena descritte.

Aumentano gli sportivi, calo significativo dei sedentari. Nel 2014 è il 23% della popolazione di 3 anni e più  che si dedica allo sport in modo continuativo. Aumentano nell’ultimo biennio anche coloro che, pur non praticando uno sport, svolgono un’attività fisica (passeggiare per almeno 2 km, nuotare, andare in bicicletta etc). 

Alcolici, diminuiscono i consumatori – Aumenta nel 2014 la percentuale dei non consumatori (astemi e astinenti negli ultimi 12 mesi), pari al 35,6% degli individui di età >11 anni rispetto al 2013 (34,9%).

Continuano a calare i fumatori – Sono poco più di 10 milioni i fumatori in Italia nel 2014, poco meno di 6 milioni e 200 mila uomini e poco più di 4 milioni di donne. Si tratta del 19,5% della popolazione di 14 anni e oltre.  Continua dunque il trend in lenta discesa dei fumatori, infatti, nel 2010 fumava il 22,8% degli over-14, nel 2011 il 22,3%, nel 2012 il 21,9% e nel 2013 il 20,9%.

Persiste il trend in aumento del consumo di antidepressivi – I consumi sono pari a 39,30 Dosi Definite Giornaliere-DDD/1.000 ab die nel 2014.  L’ aumento è stato costante dal 2001 fino al 2014.

Il trend in aumento può essere attribuibile a diversi fattori tra i quali, ad esempio, l’arricchimento della classe farmacologica di nuovi principi attivi utilizzati anche per il controllo di disturbi psichiatrici non strettamente depressivi (come i disturbi di ansia), la riduzione della stigmatizzazione delle problematiche depressive e l’aumento dell’attenzione del Medico di Medicina Generale nei confronti della patologia.

Suicidi in aumento, resta un dramma maschile che si consuma soprattutto in età avanzata – Nel biennio 2011-2012, il tasso annuo di mortalità per suicidio è stato pari a 7,99 (per 100.000) residenti di 15 anni e oltre. Si riscontra un leggero aumento rispetto agli anni precedenti. Nel 78,4% dei casi il suicida è un uomo. Il tasso di mortalità è pari a 13,61 (per 100.000) per gli uomini e a 3,25 (per 100.000) per le donne.

Per entrambi i generi la mortalità per suicidio cresce all’aumentare dell’età. Per gli uomini vi è un aumento esponenziale dopo i 65 anni di età e il tasso raggiunge il suo massimo nelle classi di età più anziane. Per le donne, invece, la mortalità per suicidio raggiunge il suo massimo nella classe di età 70-74 anni, dopo di che tende a ridursi lievemente nelle classi di età più anziane.

Spesa sanitaria pubblica pro capite stabile, ma resta più bassa che in altri paesi - Nel 2014, la spesa sanitaria pubblica pro capite in Italia è di 1.817€, Con tale valore medio, l’OCSE pone l’Italia tra i Paesi che spendono meno, tra i 32 dell’area OCSE, in termini pro capite.

Prevenzione, cenerentola italiana, pochi investimenti e cittadini disattenti – La spesa per la prevenzione (che comprende, oltre alle attività di prevenzione rivolte alla persona come, ad esempio, vaccinazioni e screening, la tutela della collettività e dei singoli dai rischi negli ambienti di vita e di lavoro, la Sanità Pubblica veterinaria e la tutela igienico-sanitaria degli alimenti) ammonta in Italia a circa 4,9 miliardi di euro e rappresenta il 4,2% (dati dell’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali) della spesa sanitaria pubblica. La percentuale di spesa per la prevenzione prevista dal Piano Sanitario Nazionale (livello fissato nel Patto per la Salute 2010-2012) è del 5%. Sono poche le regioni che raggiungono tale livello e a livello nazionale mancano “all’appello” 930 milioni di euro da dedicare alla prevenzione.

 

[1] Il sovrappeso si riferisce a un Indice di Massa Corporea – IMC – tra 25 e 30. L’obesità a valori di IMC superiori a 30.

 

L'intervista alla Prof.ssa Siliquini

Abbiamo posto alcune domande alla prof.ssa Roberta Siliquini, Responsabile del Centro di Riferimento Regionale dell’Osservatorio Nazionale, rispetto alla situazione della nostra Regione.

In Piemonte, secondo la fotografia fatta dal rapporto Osservasalute, si evidenziano problematiche di salute legate a stili di vita, nel confronto con la media nazionale?

"Se osserviamo i dati del Rapporto Osservasalute dal punto di vista degli stili di vita, la nostra Regione appare come tutto sommato virtuosa. In particolare, la prevalenza degli adulti in condizione di sovrappeso e obesità è inferiore rispetto alla media nazionale (rispettivamente, 32.8% vs 36.2% e 9.2% vs 10.2%), con un trend in costante riduzione a partire dal 2012 per quanto concerne il sovrappeso. Ancora, la percentuale di abitanti che dichiara di non praticare attività sportiva è significativamente inferiore nella nostra Regione rispetto alle medie nazionali (32.2 vs 39.9%). Questi due aspetti sono verosimilmente in larga misura correlati ed esprimono uno stile di vita della popolazione globalmente buono. Nota dolente, la percentuale di fumatori nei soggetti sopra i 14 anni di età è ancora al 20%: sebbene molto vicina alla media nazionale (19.5%), questo dato, per quanto in riduzione costante dal 2011, deve necessariamente indurre ad una più incisiva azione di Sanità Pubblica, rivolta in particolare alle fasce giovani della società"

 

Come si colloca, invece, la nostra regione rispetto all’assistenza territoriale e ospedaliera?

"Confrontando i dati Regionali con quelli Nazionali, si possono fare alcuni commenti. L’assistenza ospedaliera viene valutata con diversi indicatori di esito, che possano rispecchiare l’assistenza nella sua complessità. Uno di questi è legato al trattamento chirurgico precoce delle fratture di femore nel paziente anziano. Ebbene, questo indicatore dimostra una buona performance media regionale, con percentuali di pazienti operati entro 48 ore dal ricovero pari al 66%, contro il 54.9% nazionale. Ancor più importante, sebbene questo dato sia in costante aumento a livello nazionale a partire dal 2009, in concomitanza con la progressiva implementazione del Programma Nazionale Esiti, tale aumento è stato significativamente più marcato nella nostra Regione, ad esprimere il forte impegno di tutta la Regione nell’incrementare l’efficacia degli interventi sanitari, a livello ospedaliero. Per quanto riguarda invece gli indicatori di assistenza sanitaria territoriale, la Regione è risultata meno virtuosa rispetto, ad esempio, alla percentuale di persone anziane in Assistenza Domiciliare Integrata (79.2% vs 83.5%). Sebbene si possa rimarcare come tale percentuale sia in costante e marcato incremento a partire dal 2011 a fronte di una sostanziale costanza del valore nazionale, è a nostro avviso importante non sottovalutare questo aspetto. Una non ottimale programmazione dell’assistenza territoriale può infatti inficiare, anche gravemente, l’efficacia clinica della performance ospedaliera (si pensi, banalmente, ai ritardi di presa in carico ospedaliera, che si traducono in allungamenti delle liste di attesa, secondari alle difficoltà di dimissione protetta dei pazienti anziani, non autosufficienti, o con bisogni sociali non strettamente clinici), andando in ultimo ad inficiare la performance sanitaria globale".

 

Nel rapporto si legge che in questi ultimi anni in Piemonte è aumentato l’uso di antidepressivi, in misura maggiore rispetto alla media nazionale: si può dire che è colpa della crisi, o ci sono altre spiegazioni?

"Che sia colpa della crisi si può senz’altro dire, allargando però il termine crisi a comprendere non solo la crisi economica ed occupazionale che ha certamente colpito la nostra Regione così come tutto il territorio nazionale, ma anche i recenti forti traumi sociali legati, ad esempio, alle instabilità politiche mondiali, ai flussi migratori, agli attentati terroristici. Un concetto di ‘crisi’ quindi sicuramente ampio e non privo di effetti sul benessere psicologico collettivo. Ma vi sono anche altri fattori da prendere in considerazione, più strettamente sanitari. Ad esempio, negli anni recenti vi è stato un progressivo incremento delle indicazioni all’uso di farmaci antidepressivi a quadri clinici non necessariamente legati alla depressione in sé, quali ad esempio i disturbi d’ansia e del sonno. Ancora, vi è stato negli anni recenti un percorso di maggiore sensibilizzazione ed attenzione da parte dei Medici, in particolare dei Medici di Medicina Generale, rispetto ai disturbi depressivi ed al loro trattamento, questo si è accompagnato ad una più che auspicata riduzione della stigmatizzazione sociale legata ai disturbi della sfera psicologica, che ha quindi verosimilmente comportato maggiori richieste d’aiuto da parte della popolazione stessa. Infine, fattori demografici quali il costante invecchiamento della popolazione possono, a livello aggregato, incrementare i valori di consumo di questi farmaci".

 

Il Piemonte, come le altre regioni, sta implementando il proprio Piano Regionale di Prevenzione: gli impegni presi vanno nella giusta direzione? Quali possono essere i rischi di scarsa efficacia del Piano?

"Il Piano Regionale della Prevenzione 2014-2018 si articola su quattro programmi volti a implementare gli obiettivi del programma nazionale “Guadagnare Salute”, incentrati su scuola, ambienti di vita, ambienti di lavoro, servizi sanitari; a questi si affiancano cinque programmi di intervento incentrati su screening di popolazione, lavoro e salute, ambiente e salute, prevenzione  e controllo delle malattie trasmissibili, sicurezza alimentare; infine, il piano si completa con il programma dedicato alla governance, organizzazione e monitoraggio del piano stesso. E’ un piano articolato e completo, che affronta i diversi temi della prevenzione primaria e secondaria e li cala nella realtà demografica e sanitaria della nostra Regione. I piani però, per essere efficaci, devono essere realizzati nella loro completezza. Possiamo dire che i rischi di una mancata o incompleta realizzazione del Piano sono i rischi della mancata, o incompleta, realizzazione delle strategie di prevenzione: la ricomparsa di patologie infettive nelle fasce deboli della popolazione (bambini ed anziani), l’incremento del numero e gravità delle patologie croniche multifattoriali, così come il mancato beneficio di una diagnosi precoce di patologie neoplastiche. In estrema sintesi, è bene rimarcare che la definizione di ‘morti evitabili’ non è certo quella di ‘morti che si sarebbero potute evitare’, bensì quella di ‘morti che si possono evitare".

 

In generale su cosa dovrebbe concentrare gli sforzi la nostra regione?

"L’anello debole della complessa catena dell’assistenza sanitaria purtroppo rimane, anche nella nostra Regione così come a livello nazionale, la prevenzione. Se pensiamo che già ad oggi il principale problema di Sanità Pubblica sono le malattie croniche non trasmissibili (patologie cardiovascolari, respiratorie croniche, metaboliche quali il diabete mellito di tipo 2, i tumori), e che questo problema andrà verosimilmente aumentando con l’invecchiamento demografico, appare in tutta evidenza la potenzialità (che rimane troppo spesso inespressa) di corrette strategie di prevenzione primaria rivolte ai fattori di rischio evitabili (il fumo di tabacco, ma anche il consumo di alcool, in particolare nelle sue forme a maggior rischio di salute, ovvero l’abuso cronico nei soggetti adulti ed il consumo ‘binge’ in adolescenti e giovani, il sovrappeso e la sedentarietà) e di prevenzione secondaria nel ridurre l’impatto di tali malattie. Ancora, in tema di prevenzione, appare inevitabile un grosso impegno sul tema delle vaccinazioni: la riduzione della copertura vaccinale nella popolazione pediatrica e, all’altro estremo, la riduzione nell’adesione alla vaccinazione anti-influenzale nella popolazione anziana meritano urgente e deciso cambio di rotta, anche attraverso politiche di empowerment e responsabilizzazione del singolo e della comunità. Infine, non si può non rimarcare come le politiche di prevenzione non possano non tenere in conto le disuguaglianze sociali, che ancora troppo importante effetto hanno sulla salute della popolazione".

 

 Il rapporto Osservasalute  ed i relativi comunicati stampa sono scaricabili dal sito www.osservasalute.it, previa registrazione.

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